—No, no, rimani; son pazza;—mormorò Giovanna, stringendosi a lei.—Son pazza! son pazza!—seguitava sommessamente.—Lo ha detto anche mio padre.

—Pazza d’amore;—le sussurrò Beatrice di Bovadilla all’orecchio.—Ed è bello, in una donna, esser pazza così.

—Anche tu, non è vero, Bovadilla? Accompagnami a palazzo; non son gelosa di te. Ma oggi, piuttosto, per avere il tuo premio, o per darlo altrui con la tua dolce presenza, andrai dagli amici tuoi che t’aspetteranno, e dirai a don Cristoval che Giovanna di Castiglia farà giustizia anche a lui. Come è bello far giustizia! Piace anche a Filippo; ed è più bello ancora scrivere il proprio nome accanto al suo. Inseparabili! inseparabili nella vita! Ma bisognerebbe anche esser tali nella morte; non credi?—


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Capitolo XVII.
Sposi novelli.

Dicono che l’uomo non intenda pienamente il suo bene, se non quando gli sia accaduto di perderlo, e che non sia maggior dolore del ricordarsene senza speranza, nè maggiore felicità del ricuperarlo dopo tanto sconforto. Ma il capitano Fiesco, per intendere il suo, non aveva mestieri di vederselo rapire a quel modo. Il doloroso esperimento, se mai, lo aveva già fatto una volta a San Domingo; e in verità non c’era bisogno d’insegnargli più nulla con un nuovo pericolo. E il pericolo era stato assai grave, ad onta delle speranze che gli faceva balenare davanti agli occhi il ministro Ximenes. Come sperare che Gian Aloise si mettesse per il suo disgraziato parente in una lunga peregrinazione e in uno spinoso negozio, se quel suo parente gli aveva poco prima ricusato di muoversi per lui a più breve viaggio e a più facile impresa? E se pure Gian Aloise si fosse lasciato persuadere per amor di Juana, da lui tenuta al fonte battesimale, da lui accompagnata all’ara nuziale, era da credere che sarebbe egualmente venuto a capo di una trattazione, che doveva essere tanto più malagevole, quanto più pareva premere al re Ferdinando? Se i negoziati fallivano a Parigi, addio speranze di Valladolid. E il capitano Fiesco si sarebbe ucciso, non potendo sopravvivere a Fior d’oro, irremissibilmente perduta. Triste chiusa al poema! Ed era questo il suo pensiero dominante, l’unico che lo tenesse in vita.

Un raggio di speranza lo aveva portato con sè la marchesa di Moya. Si era sentito rinascere all’annunzio che i nuovi sovrani di Castiglia sarebbero giunti a Laredo, togliendo al perfido Aragonese l’amministrazione del regno. Ma anche un animoso tentativo della generosa Beatrice di Bovadilla era andato a vuoto. Il prevosto delle carceri, pregato, minacciato da lei, aveva resistito a preghiere, a minacce; e donna Beatrice era partita per Burgos, promettendo molto al povero conte, animandolo a sperare da capo, ma neanche lei ben certa di promettere utilmente, di dargli speranze efficaci. E i giorni passavano, ed erano giorni d’angoscia terribile. Ferdinando era andato a Burgos, incontro ai nuovi sovrani. Accorto com’era, non avrebbe acquistato sovr’essi un ascendente che già gli poteva assicurare la sua condizione di padre? Ma no; i giovani sovrani avevano lasciato Burgos, per scendere a Valladolid. Quel padre astuto non aveva vinto ancora. Per contro, venuta a Valladolid con la regina Giovanna, la marchesa di Moya non si era lasciata vedere in casa dell’Almirante. Che voleva dir ciò? Una cosa sola: che la dama di palazzo non aveva potuto, nei primi momenti dell’arrivo in Valladolid, allontanarsi dal fianco della regina; che se avesse potuto farlo, non lo avrebbe neanche voluto, amando meglio restar là, a vigilare, a spiar le occasioni, a cogliere il buon momento per tentare un gran colpo. La marchesa di Moya non era donna da dimenticare gli amici, nè da lasciarli in angustie.

Che gioia, quando il marchese di Lucena, comparso improvvisamente nella casa di Gil García, ebbe detto al Fiesco: “signor conte, andate subito alle carceri del palazzo di giustizia; la marchesa di Moya vi aspetta colà!„ E che bella giornata era quella! com’era sereno il cielo! com’erano liete le strade, per cui egli passava, non andando, non correndo, volando!