C’era folla, sulla piazzetta delle carceri, e gli arcieri stentavano a contenerla. Gli si fece largo, nondimeno: era un gentiluomo, doveva appartenere al séguito dei sovrani di Castiglia, che erano andati là dentro, per compiere un atto di grazia, di giustizia, di clemenza regale. Sì, c’era un po’ di tutto questo, nell’atto, e non bisognava perdere il tempo ad almanaccarci su. Il capitano Fiesco sentiva le benedizioni, e il cuore gli si allargava in petto, mentre la persona si faceva sottile ed elastica, per scivolare in mezzo alla calca.

Entrò nel portico del chiostro, mentre la comitiva regale scendeva lo scalone. Si trasse indietro per darle il passo, e il cuore gli balzò in petto più forte, poichè vide in quella comitiva il mozzo Bonito. Anche il mozzo Bonito avea visto lui, e rizzando la sua bella testina in mezzo a quel barbaglio d’oro e di seta che scendeva con lui dagli ultimi scalini, si era recato la mano alle labbra; col sommo delle dita gli gittava il suo bacio, con un lampo degli occhi gl’illuminava quel bacio.

Dalla marchesa di Moya fu presentato alla regina; fece un profondo inchino, balbettò poche frasi rotte dalla confusione del momento; ma in quella confusione gli venne bene di poter salutare in lei “l’angelo di Castiglia.„ Angelo per la bontà, si capisce; ma gli angeli sono anche belli. E il complimento, fiorito così naturalmente sulle labbra del cavaliere, doveva tornar sommamente gradito al cuore della regina.

—Signor conte di Lavagna,—diss’ella amabilmente,—noi vi rendiamo un tesoro. Andate, e custoditelo, per vostra fortuna e sua. Se mai vi accada di abbisognare del nostro appoggio, contate su noi, che saremo sempre felici di rivedervi.—

Ciò detto, e baciato sulle guance il bel mozzo Bonito, congedò graziosamente gli sposi, che rimasero lì, contro il muro, per lasciarla passare. Ma ella volle che passasse prima Filippo; indi, tra gli applausi e le acclamazioni della folla, entrò nella sua lettiga, che tosto si mosse, per ricondurla al palazzo reale.

La marchesa di Moya aveva trovato il tempo di consegnare un foglio al conte Fiesco.

—Eccovi un salvacondotto, che abbiamo potuto aggiungere ad un biglietto di scarcerazione;—diss’ella.—Dov’è il più, non conta il meno: pure, sarà sempre bene tenerlo. Andate; ci rivedremo dall’Almirante, stasera.—

La folla si assiepava intorno ai sovrani, non badava più ad altro, e lasciava libero il passo rasente al muro dell’edifizio. Il capitano Fiesco, preso il mozzo Bonito sotto il patrocinio d’un braccio amoroso, scivolò destramente da quel vano in una viuzza laterale.

Andavano, andavano muti e palpitanti d’allegrezza profonda; andavano senza saper dove, felici di andare e d’essere insieme. Quante cose avevano a dirsi! ma tutte inutili, davanti alla gioia di trovarsi ricongiunti, ricuperati l’un l’altro, come rinati insieme ad un medesimo soffio di vita. Le strade tortuose, lunghe, malinconiche, erano sentieri di paradiso per essi; e lembi di cielo azzurro non ridevano dall’alto, tra le grondaie dei tetti? La gente guardava un po’ troppo i due viandanti felici; ed essi, per quanto andassero spensierati, non potevano sempre esser tanto distratti, da non vedere quegli sguardi curiosi. Gente indiscreta! E non si dava mica pensiero delle coppie di colombi, che svolazzavano di continuo da una casa all’altra, venendo a grugare, a bezzicarsi sulle sponde dei cornicioni, sui davanzali delle finestre, sugli sporti dei tetti! Perchè pigliarsi cura di due felici mortali, che se ne andavano allegramente pei fatti loro, non dando noia a nessuno? Adagio, a non dar noia! L’uomo felice ne dà sempre un pochino al suo prossimo. E i nostri felici non istettero molto a capirlo, perchè bel bello, senza dirselo, un po’ vergognosi, ma anche un po’ sorridendo, si spiccarono l’uno dall’altro, muovendo il passo più svelto, e girando con tacito consenso verso le vie più deserte, finchè riuscirono sulla spianata delle mura di Valladolid. Ah, benedetto il cielo, che per intanto si vedeva più largo! e con molta campagna davanti agli occhi, e senza curiosi indiscreti dattorno, con un po’ di giardini lungo la strada solitaria, e qualche modesta casetta qua e là. Bel luogo campestre, tanto più bello quanto era più lontana l’ora dei vespri rumorosi del popolino! E come invitava bene un’insegna di posada, su cui era scritto in grosse lettere: a la Gaita Zamorana!

—Dovrebb’essere una piva, la gaita;—notò il capitano Fiesco.—A casa nostra, quando va a male un’impresa, si dice che l’uomo ritorna con le pive nel sacco. Mi par di vedere il re Ferdinando, e il suo ministro Ximenes. E non ti pare un’insegna di buon augurio, Fior d’oro? Non hai sete? non hai fame?