—Alla larga, dunque, e paghiamo lo scotto;—disse il capitano, ridendo di cuore.—Perchè, vedete, padrona? com’è vero che il mozzo Bonito è mia moglie, e si chiama la contessa di Lavagna, voi potreste essere sotto spoglie femminili un bel garzone invaghito di lei, e si dovrebbe far qui alle coltellate.—
L’ostessa della Gaita Zamorana parve molto felice della confidenza che quel gran signore si compiaceva di farle. Perchè aveva capito benissimo di servire un gran signore, che non dissimulava punto il suo essere, e una bella donna sotto mentite spoglie. Quella bella donna era per giunta una gran dama? Tanto meglio, quantunque a lei non glien’entrasse niente in tasca: è poi sempre piacevole di aver da fare con persone di conto; con dame, anzi che con pedine.
—Signor conte,—rispose l’ostessa, inchinandosi;—l’avevo ben capito io, che era una donna. Se la signora mi permetterà, le bacerò la mano, che è bella come il viso.
—Ma, niente divorare, mi raccomando;—gridò il capitano.
—E scusino, le Vostre Eccellenze;—ripigliò l’ostessa, animata:—siete sposi novelli?
—O giù di lì; ma fate conto che ci serbiamo tali per tutta la vita. Due creature che si amano, sono sempre nel dì delle nozze.
—Cavaliero,—esclamò l’ostessa,—voi parlate come un angelo.
—E non vorrete mica divorarlo dai baci anche lui!—scappò detto a Fior d’oro.
—Eh, signora contessa, che dirvi?—rispose l’ostessa.—Si esprime in un certo modo, che tutte le donne dovrebbero volergli un gran bene.
—Ma non dirglielo;—replicò Fior d’oro.—Venite qua, baciate me, e facciamo la pace.