La povera ostessa non capiva più nella pelle. Li accompagnò fino sull’uscio della posada, e aveva le lagrime agli occhi, nel vederli partire.

—Signore! Signore!—balbettava, seguendoli degli occhi, finchè non disparvero dietro una svolta della strada solitaria.—Tanta fortuna, alla Gaita Zamorana! chi l’avrebbe mai detto? Una al giorno, di queste coppie benedette, e in capo a un anno ci ho da comprarmi un poderuccio a Zamora.—

Il poderuccio! il sogno di tutti coloro che non l’hanno. Sarebbero poi più felici, quando l’avessero? Felici, no; ma certamente meglio provveduti, e più tranquilli, per aspettare il gran giorno che tutte le noie finiscano.

—Ma sai, amico mio, che sei matto!—disse Fior d’oro al marito, mentre camminava al suo fianco.—Butti via i castigliani, come se fossero maravedis.

—Ah, lasciami fare, lasciami sfogare!—rispose egli;—Son tanto felice! Questa giornata vale tutto l’oro di Veragua. Ed io, non potendo di più, ci butterei tutto un viaggio del Paradiso, che ho portato saviamente con me, scambio di collocarlo in San Giorgio. Ma anche tu, cara, butti via i baci, come se fossero bucce di limoni. Baci alle regine, baci alle dame di palazzo, baci alle ostesse; io solo, poveraccio, resterò a bocca asciutta.—

Fior d’oro s’accostò a lui, guardandolo in viso.

—Qui, vuoi?—gli disse.

—No, per carità!—esclamò egli.—Siamo nell’abitato, e a Valladolid, che è città dentro terra. Se fossimo in un porto di mare, potrebbe correr liscia, la cosa; si crederebbe che accompagnassi a bordo un ragazzo discolo, e non mi potessi trattenere da una ripresa di tenerezza paterna.—

Così folleggiavano, come due scolaretti in festa. E muovendo per le vie nella direzione del Campo Grande, che era il loro punto d’orientamento per ritrovar la via di casa, andavano col naso in aria, guardando le insegne. Cercavano una sastreria, una bottega di costurera, o qualche cosa di simile, da pigliar lingua, almeno, e trovare il fatto loro. Nelle vicinanze del Campo Grande s’imbatterono invece nel frate scudiero; proprio la mano di Dio.

Frate Alessandro, quel giorno più scudiero che mai (del resto, in quel viaggio di Spagna non aveva indossata la tonaca se non una volta, a Granata), fece festa al suo capitano, e più ancora alla contessa Juana. Sapeva già della liberazione di lei, essendo andato a girandolare intorno al palazzo di giustizia, e avendo avuto dalla gente del vicinato una descrizione del piccolo marinaio, bello come un angelo, levato di là dentro dalla regina Giovanna. Ma a casa non erano tornati; ed egli andava aliando di qua e di là, sperando sempre d’incontrarli.