Seguirono il frate scudiero, per due traverse di strada, e sboccarono nella piazza ch’egli diceva, tutta fiancheggiata di portici. Entrarono dietro a lui in un androne, che mandava odor di pannine il che non era da rigattieri, e conciliò l’animo del capitano con Abner, e perfino con la casacca di Saul.

Giunto in fondo all’androne, il frate scudiero levò la faccia in alto, verso una scala, e gridò:

—È qui il degno amico mio Abner Ben Meir Aben Ezra?

—Chi mi chiama amico?—rispose una voce nasale.—Son qua. Datevi la briga di salire; non più di venti scalini.

—Ma alti come i piuoli della scala di Giacobbe;—disse sotto voce il frate scudiero.—Madonna, vi faccio strada.

—Sei forte d’ebraico;—notò il capitano.

—Eh, si fa quel che si può;—rispose umilmente quell’altro.—Del resto, qui non ci sono difficoltà. Abner, figlio di Meir, nipote di Esdra; tutti nomi di brave persone dell’antico Testamento. Abner, da non confondere col generale di Saul, discende, a sentirlo, da un gran rabbino di Toledo, che fiorì nel dodicesimo secolo. È dunque carico di gloria; ma più ancora di roba. E se vive, e gli è cresciuta debitamente una bella bambina, che egli aveva dieci anni fa, vedrete che bocciuolo di rosa.

—E san Francesco permette di badare a queste cose?—disse il capitano, battendo della mano sulla spalla al frate scudiero.—E di bazzicare col leone di Giuda?

—Il glorioso san Francesco non dubitava di andar dai lebbrosi;—notò il frate scudiero.—E vedere, e giudicare quel che si vede, non ha egli proibito a nessuno. Aggiungete che il vecchio Abner fu sempre un grande amico dei Francescani, a cui fece sempre elemosina.

—Di bene in meglio;—conchiuse il capitano.—Andiamo a vedere questa fenice d’Israele.—