Il vecchio Abner non riconobbe alle prime l’amico, che con tal nome lo aveva apostrofato dal fondo della scala, e frate Alessandro fu costretto a rinfrescargli la memoria. Del resto, il frate conduceva un buon avventore, di cui gli recitava nome, cognome, titoli, patria, e vita e miracoli; tutta roba da farlo diventare morbido e pieghevole come una pelle di guanto.

Per quel nobilissimo avventore, il vecchio Abner Ben Meir Aben Ezra ci aveva di tutto, e dell’altro ancora, com’egli si compiaceva di dire. Le sue stanze erano piene di banchi, e di scaffali, che andavano fino ai cornicioni delle vôlte Apriva cassetti, apriva forzieri, scopriva e metteva in mostra ogni ben di Dio; stoffe in pezza, d’ogni tessuto e d’ogni colore, damaschi e damaschetti, broccati e broccatelli, pannolani e pannolini, scarlatti, ferrandine, zendadi, camellotti, e via discorrendo. Ma il conte Fiesco voleva un abito da donna già fatto, che s’attagliasse alla sua signora, non avendo tempo da perdere. E il vecchio Abner lo fece passare in un altro stanzone, tutto forzieri, casse intagliate e ferrate, stipi, scrigni e bacheche. Era quello il sancta sanctorum del suo tabernacolo, dove, insieme con ori e gioie d’ogni specie, dormivano nello spigo nardo e nella polvere di giaggiólo intieri corredi da sposa, da gran dame, da maritate e da vedove. Parecchie di quelle vesti erano già state indossate, ed Abner sapeva la storia di tutte. Sciorinò per esempio sotto gli occhi del conte Fiesco una veste di broccato d’oro, nuova fiammante, che pur risaliva a quarant’anni addietro, o poco meno, e l’aveva indossata appena una volta la duchessa di Truxillo, alle nozze d’Isabella di Castiglia. Quell’altra, nera, di velluto a opera, era stata portata dalla contessa di Fuentes, dama d’onore di Giovanna di Portogallo, moglie ad Enrico IV di Castiglia, ed era stata ammirata per severa eleganza come abito da viaggio, nell’anno 1463, quando la sfarzosa corte di Castiglia era andata ad incontrare il misero cortéo del gretto e trasandato Luigi XI di Francia sulle rive della Bidassóa. Queste e tante altre ricchezze di vestiario, come si trovavano là dentro a dormire? In tempi più tardi si sarebbe potuto ascrivere il fatto ai capricci della moda, e alla noia che dovevano sentire le dame per un abito di gala portato due volte. Ma allora? Ahimè, grandezze umane, assai più mutevoli dei capricci della moda! Non pure le fortune dei gran signori, ma quelle istesse dei re, in una età di rivolgimenti continui, andavano spesso a soqquadro; per ogni guerra da intraprendere, per ogni pericolo da scongiurare, si metteva in pegno il vasellame, le gioie, le vesti sfarzose, ogni cosa di prezzo. E non sempre, salvati o perduti i dominii, si riscattavano le cose impegnate.

Gli occhi del mozzo Bonito (chiamiamolo ancora una volta così) furono attratti da una gran veste di rascia fine, che tosto diventò nella parlantina di Abner il capo più elegante del suo magazzino. E bisognava notare che quella veste non era stata indossata mai; era nuova di trinca. La dama che l’aveva ordinata non era più venuta a ritirarla. Quella lì, con un mantello nero, di seta o di ferrandina, doveva andare a pennello, formare un vestimento senza rivali, severo e ricco ad un tempo.

—Severo sì, ricco no;—disse il frate scudiero.—E poi, sarà vero che la veste sia nuova, non portata mai?

—Oh, per la barba....

—Di’ pure, per la barba di Aronne....

—Ma sì, vi assicuro, frate Alessandro. Vedete la fodera, che è candida come la neve, ed intatta. Guardate l’orlo della balza!... Se non è nuova fiammante, e non mai escita dalla casa di Abner, possa io non veder più la mia figliuola Noemi!

—Ah, la piccola Noemi! Si sarà fatta grande, e bella come un occhio di sole.

—È tutta sua madre;—mormorò Abner, con un sospiro di reminiscenza.

—Meno male!—esclamò il frate scudiero.—Povera a lei, se somigliava al babbo!