—Lo so, frate Alessandro, non vi scomodate per così poco;—rispose il vecchio Abner, senza scomporsi.—Ed anche voi non riconoscete che quella non fu la più bella impresa del vostro eroe? Quanto a me, giuro che ho fatti i prezzi più onesti. Nessuno si è mai lagnato di me. E il signor conte, che conosce il prezzo delle cose, giudicherà da pari suo.

—Giudicherò....—disse il capitano Fiesco, pacatamente.—Giudicherò quando la contessa ci sarà venuta davanti nelle nuove spoglie. Se starà bene così rimpannucciata, non leverò un maravedis.

—Mio signore!...—gridò il vecchio Abner, sgranando gli occhi.—Oh mio signore! Voi siete magnifico, da vero Italiano, da vero Genovese. Io son sicuro di avere i miei cinquanta castigliani. Così ne avessi chiesti sessanta, frate Alessandro, che mi fate gli occhiacci! La signora contessa parrà una regina, se anche avesse indossato una veste di saia. Con quella persona! con quella faccia! Rachele e la Sulamite ci scapiterebbero al paragone.

—O Abner, sapientissimo vecchio!—disse il Fiesco, ridendo.—Prega Dio che non ti sentano Giacobbe e Salomone. Quanto a me, tu hai la mia amicizia. E l’abbia in te la tua schiatta. Siete infine il popolo re.

—Fummo, signor mio, fummo;—rispose il vecchio Abner, abbassando la fronte.

—A buon conto, avete la storia più antica del mondo. La tua nobiltà, Ben Meir e.... il resto che non ricordo, va due mill’anni almeno più su della mia. Che siamo noi, conti e marchesi, al vostro paragone, o liberati d’Egitto? In Ispagna si fa molto, quando si rimonta agli ultimi dei Goti; più su sta monna Luna. In Italia si fa molto, quando si rimonta agli ultimi dei Longobardi, o ai primi dei Franchi; stirpe di soldatacci, di scorridori, di tagliacantoni, che Iddio ne scampi ogni fedel cristiano. Voi altri venite giù netti, diritti come spade, da Abramo. La vecchia religione con le sue benedizioni vi aveva tenuti fuori d’ogni contatto; la nuova, con le sue maledizioni, vi ha preservati da ogni miscela. Capisco, c’è l’odio, che qualche volta annoia. Ma gli odiatori prendono volentieri il vostro denaro ad imprestito. E voi arricchite. Un giorno o l’altro, io lo prevedo, sarete i padroni del mondo. Il nuovo Israele corre alla religione del vitello d’oro; e voi dal Sinai detterete la legge.

—Possa tu dire il vero!—mormorò il vecchio Abner, mentre sotto le ispide sopracciglia gli brillavano gli occhi d’insolita luce.—E vorrei che lo conosceste, il Sinai;—soggiunse ad alta voce, facendo bocca da ridere.—Ci ho di là ancora qualche bottiglia d’un vino, che ridarebbe la vita ai morti; ed è stato spremuto sulla montagna sacra.

—No, grazie, vecchio Abner; non ho voglia di bere.

—Ma l’ho io, Ben Meir Aben Ezra;—disse il frate scudiero.—Sia questo almeno per la mancia, a chi t’ha condotto un così generoso avventore.

—Che è pronto a darti i cinquanta castigliani;—aggiunse il Fiesco, rimettendo mano alla borsa.—Dio santo! li hai ben guadagnati.—