La contessa Juana era apparsa sulla soglia, splendente di bellezza e di grazia, nella sua lunga veste di rascia finissima, e involta la testa e le spalle nelle morbide pieghe del suo manto di ferrandina. Entrò ridente, la bella, e con un rapido moto della snella persona venne a gittarsi nelle braccia dell’amante marito.
—Damiano!—gli bisbigliò tra due baci, che non la regina Giovanna, non la marchesa di Moya, nè l’ostessa della Gaita Zamorana ne avevano sentiti i più ardenti.
Abner Ben Meir, e tutto il resto, aveva finito di contare i suoi cinquanta castigliani, e si voltava a guardare, dopo aver sentite quelle vivaci dimostrazioni d’affetto.
—Sposi novelli, capisco;—diss’egli, ammiccando.
—Ecco la seconda volta che ce lo sentiamo dire in un giorno;—esclamò il capitano Fiesco.—E l’abbiamo per una benedizione in tutte le forme, del nuovo Testamento e del vecchio.—
Ad un cenno del padre, la buona Noemi era andata a prendere quella tal bottiglia di vino del Sinai. Panciuta, per non distaccarsi ancora dal tipo dell’anfora antica, polverosa e non senza avanzi di ragnateli, la sacra bottiglia portava il suggello della sua autenticità in una piastra di ceralacca, segnata dall’impronta d’un convento di frati.
—Alla gloria di santa Caterina dell’Oreb!—disse il frate scudiero, quando ebbe pieno il suo calice.—Ed alla felicità degli sposi novelli!—
I quali, indi a pochi minuti, salutato Abner Ben Meir Aben Ezra e la sua bella figliuola Noemi, uscivano finalmente di là, l’uno, o l’una, al braccio dell’altro. Il frate scudiero, per non perder l’usanza dei fardelli, aveva fatto un involto degli abiti del mozzo Bonito, e se li portava sotto il braccio, come tante altre volte la sua tonaca francescana.