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Capitolo XVIII.
In manus tuas, Domine....

La liberazione di Fior d’oro aveva recato un gran sollievo allo spirito dell’Almirante, che si accusava (e non sapeva darsene pace) d’essere stato cagione d’un guaio così grave agli amici suoi, invitando il capitano Fiesco in Ispagna. Egli sorrise al vedere la contessa vestita finalmente in modo conveniente al suo sesso e al suo grado, e gli parve d’intendere la ragione per cui la coppia gentile aveva tanto indugiato a prendere la via della casa: ma più sorrise del suo proprio errore, che era pur tanto naturale, quando seppe che i due “sposi novelli„ avevano trovato il modo d’indugiarsi dell’altro a far le scorribande campestri, come scolaretti in festa. Poveri amici! e si capiva che dopo tanti giorni di pena non badassero ad altro che a prendere una boccata d’aria e d’allegrezza all’aperto.

—Siete contessa, signora mia, ma siete sempre una regina; ed anche tale da illuminare una corte del vecchio Mondo;—diss’egli a Fior d’oro, con quel suo bel sorriso, che gli rischiarava il volto, trasfigurandolo.

Per quel resto di giornata non parve sentir più i suoi dolori, che pure coll’inoltrarsi della primavera s’erano fatti più acerbi. A compir l’opera giungeva sul tardi la marchesa di Moya.

—Voi siete il nostro buon angelo;—le disse, volendo ad ogni costo baciarle la mano.—Quanto vi dobbiamo, marchesa! e quanto vi debbo io particolarmente! Voi sola, infine, avete pagato il mio debito a questi “sposi novelli„ che hanno dovuto soffrir tanto per la disgrazia di essermi amici.—

La serata passò in lieti ragionamenti. Non pareva di essere al letto di un infermo, bensì di un convalescente alla vigilia della sua partenza per un pellegrinaggio di ringraziamento a qualche famoso santuario. L’Almirante parlò lungamente di Genova, riandando tutte le memorie della sua infanzia lontana. E da Genova si spingeva volentieri più in là, fino alla Gioiosa Guardia, che aveva in animo di visitare.

—Andremo, donna Beatrice;—diceva.—Perchè voi non mi farete il torto di lasciarmi andar solo, a visitare i nostri amici nel loro maraviglioso castello. E dicono che il nostro capitano n’abbia fatto un luogo di delizie, come ai tempi suoi Lancillotto del Lago, quando ebbe occupata la Dolorosa Guardia, e mutatole il nome. Son graziosi, questi cambiamenti di nome; e pare che allarghino il cuore. Chi si spaventa più del capo Tormentoso, del capo delle Tempeste, dopo che Bartolomeo Diaz lo ha girato, imponendogli il nome di Buona speranza? Nel castello di Gioiosa Guardia passeremo una settimana piacevolissima; anche due, se ci vorrete, amico Fiesco. E voi sarete anche tanto cortese da farmi capitare lassù tutti i vecchi marinai di Chiavari, di Lavagna, di Zoagli, di Rapallo, di Santa Margherita, di Portofino, perchè io possa ragionare con tutti, a modo nostro, parlando un poco la madre lingua di Lanzerotto Maluccello e di Ugolino Vivaldi, nostri precursori nobilissimi sulla marina d’Atlante. Ho ancora negli occhi le immagini d’una bella giornata nel golfo Tigulio, col suo specchio d’acque tranquille, e quelle tre punte verdi del promontorio là in fondo. E l’abbazia di San Fruttuoso a Capodimonte! Che pace, là dentro, sotto le arcate di quei portici, dove non c’erano neanche più i frati d’una volta! Ricordo che contemplando quel po’ di mare turchino, chiuso tra due scogliere, e quasi senza orizzonte, non avrei voluto andarmene più via. Si stava così bene, non pensando a nulla, non desiderando più nulla! È vero che non avrei scoperte le nuove terre di là dall’Atlantico, restando in contemplazione laggiù.

—Meglio dunque aver lasciata la vita contemplativa per l’attiva;—disse il capitano Fiesco.

—Chi sa?—riprese l’Almirante.—Lo spirito umano non ha pur esso qualche diritto alla pace? Ed anche altre creature, a migliaia di migliaia, avrebbero avuto pace, se io fossi rimasto colà, nella vecchia abbazia, a conversare con le ombre dei Doria. Ma ecco, senza volerlo, incappo in un brutto pensiero.... quasi in una eresía. Se io rimanevo laggiù, come si sarebbero aperte tante regioni al Vangelo, e condotti tanti popoli alla conoscenza del Dio vero? Aggiungiamo che la vita è milizia, e che l’uomo è soldato. Il soldato ha diritto di posare un istante sulla sponda del ruscello, per prender l’acqua nel cavo della mano e ristorarsene. Ma niente più di così; Gedeone, forza demolitrice, li chiama, e bisogna saltare in piedi, precipitarsi nella notte, colla fiaccola e con la spada, sopra la gente di Madian.—