Così parlava quell’uomo semplice e grande, anima di guerriero e di poeta; e gli fioriva naturalmente sul labbro la immagine biblica, che è della più alta poesia onde sia stata mai rallegrata la terra. Ma fu l’ultimo giorno lieto di quell’uomo, che sopraffatto dal suo male, nutrendosi sempre più scarsamente, era diventato cereo, diafano, quasi l’ombra di sè stesso, non vivendo altrimenti che per gli occhi, animati tuttavia del raggio divino, e per le labbra, su cui si veniva spegnendo il vermiglio, ma donde spiravano sempre in calde parole gli elevati pensieri.
Beatrice di Bovadilla fu ancora un giorno presso la regina, che era ritornata da una visita a Medina del Campo e alla tomba di sua madre. Sperava di persuaderla a visitare l’Almirante, o almeno ad occuparsi di lui, come ella aveva promesso; ma Giovanna, tutta al suo Filippo, non aveva tempo da ciò. Si era anche sempre in negoziati col Ximenes, per riamicare i giovani sovrani col re Ferdinando; nè l’amministrazione di Castiglia, per essere ancora in mano al Ximenes, poteva dirsi abbandonata da Ferdinando, più attaccato che mai alla sua preda. Così la Corte, scambio di scendere nella nuova Castiglia, ritornava a Burgos, capitale della vecchia. E la marchesa di Moya, non volendo per un verso allontanarsi dall’Almirante, seccandosi per l’altro delle strane gelosie di Giovanna, non accompagnò la regina a Burgos, lasciando volentieri ad altre dame di Castiglia gli onori e le noie di una illustre servitù. Per tenere i nuovi sovrani in guardia contro gli artifizi di Ferdinando c’erano i nobili castigliani, coi quali Beatrice di Bovadilla era andata fino a Laredo; per ottenere il riconoscimento dei diritti di don Cristoval e la sua reintegrazione nelle pristine dignità, non bisognava neanche essere tutti i giorni a intronar le orecchie regali. E poi, l’Almirante deperiva ad occhi veggenti; gli assalti del suo male si facevano anche di giorno in giorno più spessi. Restando sola qualche volta al capezzale di lui, Beatrice di Bovadilla guardava con tenerezza e sgomento quel suo viso smunto; e gli parlava, sforzandosi d’esser tranquilla, sorridendo perfino, quando i vividi sguardi dell’infermo si volgevano a lei, con quella intensità che forse era desiderio di non perder nulla delle ore fuggenti, e che a lei aveva l’aria d’una paurosa interrogazione. L’ammalato pareva calmarsi a grado a grado nella vicinanza di donna Beatrice; specie quando ella posava la sua mano su quelle di lui, rattrappite dalla gotta, ma calde, scottanti di febbre.
Il medico appariva due volte ogni giorno; ma non sapeva che consigliare di nuovo. Citava di Galeno il poco che questi aveva scritto intorno a quel male; ricordava le opinioni d’Ippocrate e di Areteo sull’artritide; ma non sapeva neanche lui se si trattasse d’un catarro stillante a goccia a goccia nelle articolazioni, e cagionante dolori e gonfiezza, come il primo aveva creduto, o d’una infiammazione delle articolazioni, come avevano sentenziato quegli altri. Calma, molta calma, emollienti, torpenti, e sperare in Dio; ma certo ci sarebbe voluta la gioventù, e una macchina meno maltrattata da tanti travagli e burrasche.
L’infermo aveva spesso la visione del passaggio imminente. Guardava davanti a sè nello spazio, con gli occhi sbarrati, dolendosi di non vedere più nulla.
—Gran nebbia!—mormorava.—Gran nebbia, che si muterà presto in tenebre fitte! Doloroso, il morire! E non ho mai temuta la morte; ed anche oggi l’avrò per una liberazione. Ma avrei voluto lasciar sicuro e degno uno stato ai miei figli. Donna Beatrice, vi prego, aprite quello stipo; c’è il mio ultimo testamento; voglio che lo leggiate, per dirmene il vostro parere, prima che io lo consegni al notaio.—
Un primo testamento lo aveva fatto l’Almirante otto anni prima, e appunto il 22 febbraio del 1498, innanzi di partire per il suo terzo viaggio di scoperta, istituendo un maggiorasco nella sua famiglia, e lasciando a Genova, sua città natale, il decimo delle sue rendite per isgravio dei dazi sul grano, sul vino, sulle grasce, e sull’altre vettovaglie. Arrivato poi dalla Spagnuola, dopo la sofferta prigionía, e ritornato in isperanza di cose maggiori, n’aveva scritto súbito a Genova, al Magistrato di San Giorgio, avendo anche fatto disegno che tutte le rendite sue fossero a mano a mano investite in quel banco. Ma alla sua lettera non si erano fatti vivi i magnifici Signori di San Giorgio; ond’egli, tornato dal quarto viaggio, scriveva il 27 dicembre 1504 a messer Nicolò Oderigo, amico suo genovese; “.... fu discortesia di cotesti Signori di San Giorgio, il non aver dato risposta; nè con ciò hanno accresciuta l’azienda; lo che dà ragione a dire che chi serve al comune non serve a nessuno„. Veramente, dovevano aver risposto; perchè tra le carte del Banco si trovò poi la minuta della lettera loro, onorevole documento di patria riconoscenza. Ma certo non giunse a lui quella lettera; e fu cagione che un nuovo testamento lasciasse fuori il generoso legato.
Quello che Beatrice di Bovadilla era chiamata a leggere, era un codicillo, scritto dall’Almirante fin dal 25 agosto dell’anno 1505. In quella scrittura, egli chiariva e confermava le sue volontà per rispetto al maggiorasco, e a tutte le persone del suo nome, figli, fratello ed eredi. E lèsse tutto, la buona marchesa di Moya, anche un paragrafo che non le doveva piacere per le memorie che le suscitava, ma ch’ella poteva nondimeno ammirare come una bella testimonianza di delicatezza d’animo. Il paragrafo era questo:
“Dico e comando a don Diego mio figlio, o a chi erediterà, di pagare ogni debito di cui lascio qui espresso un memoriale, e tutti gli altri che sembreranno giustamente miei. Gli lego inoltre di avere special cura di Beatrice Enriquez, madre di don Ferdinando mio figlio, di provvederla affinchè possa vivere onestamente, siccome persona a cui sono di tanto aggravio. E questo si faccia a scarico mio di coscienza, perchè ciò molto mi pesa per riguardo dell’anima. La ragione di ciò non è lecito scriverla qui.„
—Era obbligo mio, non credete?—mormorò l’infermo, come la vide giunta al fine della pagina.
—Sì;—rispose Beatrice di Bovadilla.—Povera donna! E Dio sa come io l’ho scongiurata di venire a voi!