Fremeva, la povera donna, e parlava con tono risoluto, quasi ilare, come se non temesse di nulla.
Il medico ritornò quella sera, nell’ora che tornava più forte la febbre. Anch’egli fingeva d’esser tranquillo; ma, voltata la faccia alle persone della famiglia, batteva le labbra. Anzi, uscito dalla stretta dell’alcova, e andato nel vano della finestra a discorrere col capitano Fiesco, gli mormorò qualche cosa all’orecchio. Notò l’atto l’infermo, e coll’udito finissimo che sogliono avere in certe occasioni i malati, colse a volo le parole del medico.
—Che cosa consiglia il savio?—domandò egli, sollevandosi sulla vita.—Che Iddio venga a visitarmi? Ma io lo desidero, con tutte le forze dell’anima.
—Lo credo, lo credo;—rispose il medico, tornando prontamente verso l’alcova.—Parlavo d’altro, io; dicevo di voler provare un nuovo rimedio, per calmare la febbre. Ma la visita del gran consolatore si può ricevere ad ogni ora; e sia domani, o doman l’altro, come Vostra Eccellenza vorrà.
—Sì, doman l’altro;—disse l’infermo.—Sono avvertito di poterlo aspettare; e mi piace che sia il giorno dell’Ascensione;—soggiunse, con un accento che andò come una pugnalata al cuore di donna Beatrice.—Domani, intanto, vorrei pensare alle cose della terra, che sono pure a scarico della coscienza. Conte Fiesco, mio buon amico, vorrei per domattina un notaio.—
Il desiderio suo fu appagato. La mattina del 19 era chiamato al suo letto don Pedro de Hinojedo, “scrivano di camera delle Altezze Loro, scrivano provinciale nella loro Corte e Cancelleria, e loro scrivano e notaro pubblico in tutti i loro regni e signorie„. Ricevette egli e trascrisse nel suo rogito il foglio consegnato a lui dall’illustre infermo; ed erano “testimoni presenti, chiamati e pregati, il baccelliere Andrea Mirmena e Gaspare della Misericordia, abitanti di questa città di Valladolid, e Bartolomeo Fiesco, Alvaro Perez, Giovanni d’Espinosa, Andrea e Fernando Vargas, Francesco Manuel, e Fernando Martinez, servitori del signor Almirante„.
Partito il notaio, seguì una giornata di tregua.
L’infermo sentiva ancora i suoi dolori, e ne dava cenno, ma ad intervalli, con un tenue rammarichìo. Come altre volte, notavano i suoi familiari; come altre volte, che gli assalti del male si erano fatti a grado a grado men forti, ed egli aveva superate le crisi più minacciose. A giustificare queste rinate speranze, nel pomeriggio il signor Almirante aveva preso un po’ di brodo, mostrando di trovarlo gustoso; si era un po’ sollevato sulla vita, e aveva sorriso amabilmente a tutti, riconoscendo i più umili, e ringraziandoli della loro assistenza. Chiedeva anche dell’Adelantado, che da due giorni non aveva più visto, e gli si dovette rispondere che il suo degno fratello era andato a Burgos, per presentarsi alla regina Giovanna e ricordarle una certa promessa fatta una settimana innanzi alla marchesa di Moya.
Veramente, don Bartolomeo Colombo era andato con altro proposito a Burgos, vedendo la necessità di avvertire il nipote don Diego dello stato di suo padre, che destava tante inquietudini, e ottenergli dalla corte un congedo, perchè potesse recarsi al capezzale dell’infermo. Ma nella stessa occasione il signor Adelantado voleva anche presentarsi alla regina Giovanna, che già una volta a Laredo aveva trovata così affabile e piena di buone intenzioni a favore del signor Almirante.—Se potessi portare con me quattro righe di scritto;—esclamava don Bartolomeo Colombo,—sarebbe per mio fratello un rimedio più efficace di quanti n’abbia inventati la medicina, da Esculapio fino al dottor Villalobos.—
L’annunzio del viaggio di suo fratello a Burgos fu accolto da don Cristoval con un mesto sorriso.