—Sei qui per tutti?—mormorò.—Sian tutti in te benedetti.—
Il giovane si era abbandonato, singhiozzando, sotto la carezza delle mani paterne.
—Perchè piangi?—riprese il morente.—È la legge. Obbedisci alla legge. Felice chi la intende da giovane, e ad essa conforma tutti i suoi atti, dominando tutte le sue passioni, perdonando, ed amando.... Va, sii forte, figliuolo;—riprese, dopo un istante di pausa.—Anche il tuo capo amato mi pesa.... Aprite, aprite quella finestra, ch’io respiri ancora una volta quell’aria... che tanti felici respirano.—
Ringagliardiva la febbre; ed egli ansimava, si agitava irrequieto, si levava sui fianchi, agitando le braccia, come se cercasse di aggrapparsi a qualche cosa.
—Povera creta!—esclamò egli.—A che ti affanni? Vuoi tu vivere per forza?—
Frate Alessandro gli si accostò amorevolmente, bisbigliandogli qualche parola di conforto.
—Fidate in Dio, signor Almirante. Egli, padre misericordioso e giusto, vorrà operare un prodigio per voi.... e per noi.—
Gli occhi del morente mandarono lampi d’insolita luce, alle amorevoli parole del frate scudiero.
—Dio!—gridò egli.—Dio! L’ho sentito sull’Oceano, dominare con la sua voce il fragore delle tempeste. Dio m’ha assistito, Dio ha voluto conservar la mia fama nel sale dell’amarezza. Dio la mia forza, Dio la mia gloria. A lui tutto; senza di lui non sarei nulla. E son passato nella vita ancor io, amato assai più ch’io non meritassi. Fu grazia di Dio che mi amassero a gara tutte le nobili creature di Spagna; il buon padre Marchena, il Quintanilla, il Santangel, consolatori benigni; Diego di Deza, mia spada; il santo Mendoza, mio scudo; Beatrice di Bovadilla, angelo mio tutelare; Isabella, onore del trono. Perchè vissuta, Isabella? Non forse perchè si schiudesse mercè sua un nuovo mondo alla legge di Dio, alla legge d’amore?... Ah, l’odio! l’odio livido e nero! ah, la sete dell’oro, sete inestinguibile, sete crudele!... Questo sanno far gli uomini, dei doni di Dio! Si muoverà dunque alla grande concordia della famiglia umana, passando per la strage e pel sangue? I poveri Indiani! i disgraziati innocenti, scannati senza pietà da uno stuolo di belve. Schiavi!... non più schiavi, sotto la legge di Cristo!... Pure, entravano nelle case del ricco; servi, facevano parte della famiglia cristiana, recitando insieme col padrone la preghiera che eleva, la preghiera che purifica, la preghiera che per un’ora fa tutti fratelli i nati d’un medesimo seme. Ma no, non più schiavi: è cosa iniqua, la schiavitù. Nobili cuori! E li lasciate liberi, voi; liberi di faticare al sole rovente, nelle vostre piantagioni; liberi di morire nel solco inondato del loro sudore; liberi di ricevere la nerbata, se le stanche membra rifiutano per un istante l’immane fatica; liberi di fuggire, per esser rincorsi tra le selve, addentati, lacerati dai vostri cani di Corsica: liberi di morire fra i tormenti, sui palchi infami, sui roghi, dove stride la fiamma e la carne.
—E Dio permette!—mormorò il capitano Fiesco, che stava ritto, immobile a piè del letto, ascoltando e fremendo, e stringendosi i pugni alla gola per non dare in singhiozzi.