Capitolo XIX.
Quel che s’incontra per via.

Mentre il suo grande cittadino moriva negletto, quasi ignorato, nella terra straniera che gli era divenuta seconda patria, ed egualmente ingrata, Genova seguitava a patire delle sue secolari discordie, ad esaltarsene, ad infiammarsene sempre più; pari in questo all’infermo, che si consuma dalla febbre, e nella febbre non avverte più il male onde sarà tratto al sepolcro.

Il male di Genova era antico; e le varie forme di governo con cui, dando volta nel suo letto di dolore, l’inferma aveva sperato di schermirsi, ora coi consoli, ora coi podestà, poscia coi capitani del popolo e coi dogi a vita, finalmente colle dominazioni angioine di Napoli dopo le tedesche, e le francesi dopo le viscontée di Milano, non erano state altrimenti che fasi progressive e crisi violente di quel male. Nobili della schiatta viscontile di Polcevera e nobili d’altre terre di Riviera, alleati coi vescovi, avevano fatto da principio un governo in famiglia, indi costituita una oligarchia prepotente, che escludeva dalle prime magistrature i popolari, tutti mercanti ed artefici. Questi, crescendo di numero, di forze e di credito, avevano ottenuto a forza alcune cariche importanti, senza che per ciò fosse stabilito e riconosciuto nella lor classe un diritto alla partecipazione del governo; e frattanto, quelli di loro che avevano smessi i traffichi e l’arte, ottenendo titolo di cittadini egregi, si stimavano uguali ai nobili possessori di feudi; con alcuni dei quali, aiutando le ricchezze accumulate, riuscivano anche ad imparentarsi. Ma erano sempre tenuti per “tetti appesi„, come a dir case appoggiatesi alle vecchie torri di una gente più antica. Fra questi “tetti appesi„ alcune case più cresciute in potenza, e più ancora in audacia, avevano preso a contendersi il ducato, a palleggiarselo tra loro per quasi dugent’anni; ed erano quattro, dette dei Cappellacci per la loro preminenza, cioè a dire Fregosi, Adorni, Guarchi e Montaldi. A lungo andare sopraffatti i due ultimi nomi, erano rimasti in auge i due primi, forti abbastanza per sovvertire con le loro eterne rivalità la repubblica, senza che l’uno riuscisse poi a liberarsi dall’altro. E forse, ai nobili antichi, testimoni della gara e in una certa misura partecipi, non metteva conto che una parte vincesse l’altra del tutto, per farsi poi arbitra e padrona di tutti. Così durarono le lotte dei Cappellacci, con gran danno dello Stato, costretto a cadere in soggezione dei Visconti di Milano, poscia del re di Francia. Il quale, nel patto di dedizione conchiuso in Milano, si obbligava cortesemente alla condizione “che tutti gli onori, benefizi, ed uffici dello stato fossero conferiti ai Genovesi dal governatore e dagli anziani, tenuto conto della varietà dei colori.

I colori, bianco e nero, valevano più poco sulla fine del Quattrocento; anzi, non valevano più affatto come tinta politica di ghibellini e di guelfi. C’erano bianchi e neri tra i nobili; bianchi e neri tra i mercanti e gli artefici, confusi oramai nella denominazione di popolari; ma i nomi di bianchi e di neri significavano piuttosto un certo numero di famiglie già usate al governo, e non disposte ad esserne escluse; e volevano dire che quelle famiglie non dovevano essere dimenticate, nella assegnazione delle cariche. A provar poi che guelfi e ghibellini, e neri e bianchi, non erano più considerati come parti politiche, basti notare che Doria e Spinola, antichi ghibellini, erano pane e cacio sul principio del Cinquecento coi Fieschi e i Grimaldi, antichi, guelfi; e Gian Aloise Fiesco, progenie di Guelfi, e primeggiante allora nella nobiltà genovese, sovveniva del suo danaro le imprese navali di Andrea Doria, nuovo rampollo onegliese della potente casata ghibellina. Nel fatto, con denominazioni vecchie conservate senza ragione politica, durava una lotta antica tra nobili feudali e popolo grasso. E i nobili avevano dimenticate le antiche dissensioni per far causa comune contro i popolari; e questi, non volendo saperne delle loro antiche denominazioni di mercanti ed artefici, si sdegnavano d’esser considerati inferiori a quegli altri, in una città dove oramai avevano esercitate le prime cariche ed ottenute singolari benemerenze.

Frattanto, accadeva di peggio. Violando i patti di Milano, il governatore francese proteggeva i nobili a danno dei popolari; li favoriva in tal guisa, che non più un terzo, ma già la metà dei pubblici onori ed ufizi erano ad essi assegnati. E qui, ápriti cielo! dalle mormorazioni si passava ai lagni; da questi alle invettive. A giustificare il loro diritto, i nobili allegavano i meriti dei lor maggiori, che nel periodo consolare avevano governata la repubblica senza compagnia di popolari. Ma i popolari pronti a ritorcere l’argomento, dicendo che appunto per ciò erano stati cacciati i nobili dal governo; nè più si doveva tornare ad una ingiustizia, tollerata soltanto finchè il popolo non aveva avuto vita civile, Genova essendo come un feudo del vescovo e del suo parentado viscontile, già collegati dal comune interesse per liberarsi dall’autorità dei conti della marca di Liguria. Quanto a nobiltà vera di sangue, in che superiori i nobili? o progenie di barbari invasori, o piccola gente oscura, che ad essi era venuta abbarbicandosi, senz’altro merito che la cieca servitù! I popolari nati in casa, antico sangue romano, cresciuti nell’operose industrie del mare, educati nelle armi in difesa della patria; onde le grandi imprese, dentro e fuori della repubblica, specie dopo il 1339, col ducato di Simone Boccanegra, erano quasi tutte dovute al valore dei popolari.

Il governatore francese, messer Filippo di Cleves, signore di Ravenstein, tenendo pei nobili antichi, faceva orecchio da mercante; anzi, per non aver da sentire i popolari, se ne andava tranquillamente in Asti. E come avviene spesso negli uffici amministrativi, che quando esce il principale per prendere una boccata d’aria, guizza via il segretario per prenderne due, anche il suo luogotenente Roccabertino colse la buona occasione, per portare un suo reuma in Acqui, a quelle terme salutari. Ma l’acqua bollente ch’egli andava a cercare laggiù, stava per dar di fuori in Genova, dove le due parti si guardavano in cagnesco, e dall’una e dall’altra si faceva gente, per non esser colti alla sprovveduta. Ai popolari si accostava la plebe, gente in gran parte calata dalle ville della Polcevera ai mestieri e alle piccole industrie della città. E i motti pungenti fioccavano; più acerbi ai popolari, che per l’aiuto cercato nelle ville erano chiamati a dispregio i villani. I giovani della nobiltà, che già alcuni anni prima per certa croce degli Zaccaria portata in processione avevano leticato aspramente coi giovani del partito contrario, s’erano fatti fare certi coltelli che portavano con ostentazione alla cintola; e quei coltelli avevano incisa sulla lama una frase minacciosa: “Castiga villani„. Nè quei coltelli erano rimasti a lungo inoperosi. Ai motti pungenti succedevano gli scontri, e le stoccate andavano via come il pepe. La città era ogni momento sossopra; i buoni gemevano invano, tra le provocazioni scambievoli e le zuffe continue; la vita di Genova era diventata un inferno.

Poteva egli portarvi rimedio il Paradiso, che giungeva a mezzo luglio nel porto? Ne scese il capitano Fiesco accompagnato dalla contessa Juana e dal frate scudiero; e tutti e tre si recarono ad alloggio dal Passano, che stava appunto in una casa del Fiesco, nella contrada di San Lorenzo. Di là, dopo un breve soggiorno, avrebbero proseguito per la Gioiosa Guardia, meta desiderata e riposo al triste viaggio di Spagna. Il capitano Fiesco voleva anche dar sesto a tutte le cose sue, facendo disegno di non spiccarsi più per un pezzo dalle rive del poetico Entella; desiderava inoltre di vedere il magnifico dottore messer Nicolao Oderigo, che del grande Almirante era stato amicissimo, e che certamente avrebbe graditi gli ultimi saluti di lui e udite con profondo rammarico le notizie della sua fine immatura.

Messer Nicolao, famoso dottore di leggi, aveva meritato per la sua dottrina di andar già due volte ambasciatore, la prima nel 1496 al re di Francia, la seconda nel 1501, ai sovrani di Spagna; e in quella occasione aveva conosciuto Cristoforo Colombo, stringendosi a lui di sincera amicizia. In Genova non aveva mai parteggiato. La sua famiglia, di Carminata in Polcevera, era d’artefici, quali ghibellini, quali guelfi in processo di tempo, la più parte speziali e medici, nè mai disposti a servire, sposando le passioni dei potenti del giorno. Egli stesso era stato amicissimo al capo riconosciuto dei nobili, Gian Aloise Fiesco; e ciò non tolse ch’egli andasse in quell’anno 1506 ambasciatore dei popolari a Luigi XII, come più tardi, nel 1515 e nel 1517 a Francesco I, altro signore invocato dalle miserie di Genova. Era un galantuomo, amante della patria sopra ogni cosa; della patria si occupava continuamente, e ne piangeva i mali insanabili; della patria parlava ancora a messer Bartolomeo Fiesco, dopo aver pianto con lui sulla morte del loro grande concittadino Colombo.

—Povera Genova!—diceva egli.—Povera città così nobile e ricca, così popolosa e forte e gloriosa, condannata a non aver pace mai, neanche sotto le labarde straniere che ha dovuto chiamare per assicurarsi contro le sue stesse follìe! E siamo oramai ad uno dei maggiori pericoli che Genova abbia corsi mai, di sfasciarsi, di andare in perdizione. Non per colpa dei Cappellacci, questa volta, che pare impossibile; per colpa dei nobili! Un mese fa, il 18 di giugno, poco mancò non andasse a soqquadro ogni cosa, per l’alterco in piazza de’ Banchi, dove il notaio Emanuele Canale, che richiedeva il fatto suo ad un nobile, n’ebbe in pagamento male parole e percosse; onde fu gran rumore, si chiusero le botteghe, e tutti correvano all’armi. Vedete quanta poca scintilla basti oramai a far scoppiare un incendio! La prudenza del podestà, messer Oberto del Solaro, ha potuto sedare questa commozione, col mandare in bando parecchi dei nobili ed uno dei popolari. Ma potrà sempre, il savio Astigiano, contenere questi umori maledetti, più pronti a bollire che non sia il vino del suo paese? E non c’è qualcheduno, nelle nostre mura, che quanto siede più alto tanto più avrebbe obbligo di gittar acqua sul fuoco? Voi indovinate di chi voglio parlare, messer Bartolomeo. Andate voi da Gian Aloise, e ditegli che abbia compassione della sua patria; egli che ha intelletto da conoscere i mali, voglia aver carità da procurare i rimedii. È una fortuna, che siate qui voi. Venuto di fuori, potete dire una parola di cittadino imparziale. Qui ogni giorno si va di male in peggio; e il peggio volgerà anche a danno suo, perchè delle cose turbate non hanno vantaggio coloro che vivono nel quieto possesso della loro autorità: mentre vantaggio verrebbe a lui, se tutti lo vedessero lavorare per la concordia; onde crescerebbe la sua fama di savio, insieme con la sua sicurezza di principe.—

Il consiglio era buono; e per seguirlo, messer Bartolomeo salì quel giorno l’ampia scaléa di Vialata. Trovò raccolti lassù tutti i Fieschi, come in un altro giorno solenne di tre mesi innanzi; ma più accigliati, più torbidi, più inveleniti che mai. Nondimeno, fecero il debito col parente, che ritornava di lontano; e Gian Aloise stette ad udire con molta attenzione le tristi nuove di Valladolid.