—Mi duole;—diss’egli;—mi duole nel profondo dell’anima. Povero signor Almirante! E morire così, senza vedersi restituite le sue sostanze e il suo grado! Ma che cosa poteva aspettarsi di bene da un re come Ferdinando il Cattolico? Gran colpa ha costui, e il mondo ne darà ben severo giudizio.

—Verissimo;—rispose messer Bartolomeo.—Ma per il nostro concittadino Colombo non siamo in colpa un po’ tutti? e noi Genovesi prima degli altri? Se questa repubblica fosse stata in pace e padrona di sè, non avrebbe potuto far essa l’impresa della grande scoperta, ritraendone essa i benefizi? Sarebbe stata ancor essa ingrata con lui; ma dalla patria sua avrebbe egli potuto sopportare anche l’ingratitudine d’un giorno, sicuro della riverenza e della riconoscenza dei secoli. Ma noi eravamo impotenti ad assisterlo; noi sempre in guerra tra noi, e senza speranza di far giudizio mai più. Sento infatti che la pace è fuggita da capo, e che si torna a scivolare nel sangue.

—Ma!...—esclamò Gian Aloise, crollando il capo e stringendosi nelle spalle.—Qui, poi, non è anche un po’ vostra la colpa, cugino? Se voi andavate a Pisa, tutto questo non succedeva.—

Bartolomeo Fiesco ebbe l’aria di cascar dalle nuvole.

—Che c’entra Pisa?—diss’egli, stupito.

—C’entra sicuro. Il gran delitto che ci appongono i villani è di non averla noi voluta soccorrere.

—Ma noi,—replicò il capitano Fiesco,—la soccorrevamo, se mai, per divorarla; e non vedo come di questo potessero stimarsi contenti i popolari.... o i villani, come mi pare dalle vostre parole che si debba dire oramai. Si sta tre mesi fuori,—soggiunse egli, ridendo,—ed ecco che al ritorno si trova cangiata perfino la lingua.

—Fermo, fermo!—gridò Gian Aloise.—Anzi torniamo indietro, fino a quel verbo divorare, che non sarà di lingua nuova, ma certamente parrà insolito in bocca ad un Fiesco. Se credete, bel cugino, di pungerci, v’ingannate a partito.

—E non avevo questa intenzione;—rispose il capitano.—Ho detto “divorare„ per “occupare a nostro vantaggio„. Non era egli per vantaggio della nostra casata, che voi volevate mandarmi a Pisa?

—Sicuramente,—replicò Gian Aloise.—Oh vedete il gran male, se chi possiede tutta la riviera di Levante, dall’Appennino al mare, e della Scrivia alla Magra, possedesse anche Pisa! Volevate voi che Pisa fosse posta in balía della nostra eccelsa repubblica, la quale oggi è di Tizio e domani di Sempronio? E non vi parrà giusto che una famiglia da quattrocent’anni intesa a mantenersi uno stato conforme alla sua dignità, cerchi di avere maggior sicurezza del sudato ed insidiato dominio? Andate là, bel cugino! ce l’avete fatta grossa, ricusando un ufficio, per il quale (ve lo abbiamo pur confessato, rendendovi giustizia) non c’eravate se non voi. E ci venite oggi a piangere sui mali di cui siete stato la prima cagione? E ci domandate probabilmente di andare in piazza de’ Banchi, o sulla scalinata di San Lorenzo, a picchiarci il petto, ad offrir pace, a chieder perdonanza ai nostri nemici? E siete un Fiesco, voi?—