La botta era forte; e messer Bartolomeo balenò un poco, ricevendola. Ancora strinse i pugni, e più i denti, per non dar fuori con troppo amare parole. Dopo un istante di pausa, che parve lungo a tutti, ma che a lui era necessario per vincersi, pacatamente rispose:

—S’io sono un Fiesco, domandate? Per tutt’altri che ne volesse dubitare avrei pronte le prove. A voi, Gian Aloise, tanto più vecchio di me, non ne bisogna nessuna; e voi già, umano e cortese signore, vi pentite in cuor vostro d’avermi fatto ingiuria. Per essere un Fiesco, bisognerebbe dunque non sentir altro che ira di parte? e d’una città che crebbe a grandezza per la santa concordia della compagna giurata, voler fare un patrimonio esclusivo di nobili? Che cosa io pensi dei nobili, e dei popolari, vorrei poterlo dire alle due parti congregate, sulla scalinata di San Lorenzo, dove non c’è da chieder perdonanza a nessuno, ma da dire a tutti la verità. Nobili e popolari, siam pure i gran sciocchi. Un giorno, stanchi e rifiniti, saremo tutti pari nell’impotenza davanti ad una plebe qual si sia, che troverà gusto a sbranarci. Oggi letichiamo per diversità di sangue. Ma che? Essi e noi discendiamo da un barbaro soldato, franco o longobardo, unghero o goto, oppure da un liberto figlio di schiava greca o siriaca, che piacque un’ora al padrone. Nessuno, nè qui nè altrove, nessuno, sia pure il più antico nelle cronache, può collegarsi a quella nobiltà romana che prima ha stampato della sua orma il paese. La quale, finalmente, nella sua folle ambizione si mostrava più accorta di noi, non volendo altro alle sue origini che dèi o dee, Marte, Venere, Ercole. I Greci, poi, tutti da Giove; onde fu necessario fare del padre degli Dei un grande scapestrato. Gli antichi, come vedete, avevano modo di nobilitare il sangue, facendolo di qualità diversa dalla comune degli uomini. Noi no; tutti di sangue rosso, mortale, di pari composizione; al più al più (lasciatelo dire ad un Fiesco, che ha studiato medicina a Pavia) guastato da qualche umore maligno, per effetto di troppe unioni in famiglia. Ma torniamo al fatto. Quando saranno qui tutti nobili al governo, e i popolari distrutti, o mandati al remo, o legati alla gleba, non avranno i Fieschi da fare i conti coi pari loro, con gli Spinola, ad esempio, coi Grimaldi, coi Doria? E dove andrà allora il bel sogno di una vasta signoría? Vorranno i tre emuli restare amici a noi, come son oggi per necessità, di contro a dugento cinquanta famiglie della fazione popolare? Non troveranno man forte in quella ventina di famiglie nobili della prima classe, o in quell’altra ventina della seconda, per costringerci un giorno o l’altro a lasciare il troppo largo dominio? e non solamente quello che voi possedete per autorità di vicario, ma ancora quello che possedete per diritto feudale? Una cosa potrebbe pure tirar l’altra, cadendo, e tutte rovesciarsi ad un modo. Nè vi parrebbe più saggio che una famiglia, giunta per fortuna al colmo della potenza, regnasse invidiata e sicura nella mediocrità forzata di trecento, fra maggiori e minori, di nobili, di mercanti, d’artefici, tutti ammessi alle medesime cariche, uffici ed onori? Ma questo appartiene all’arte di governo, ed io non ne sono maestro. Perdonate, eccelso cugino, la mia intemerata. Non lo farò più, come è vero che sono un Fiesco. E da Fiesco d’onore vi prometto che fin dove giunga il mio braccio, saprò far rispettare questo nome onorato, che ho comune con voi.

—Abbiatelo forte, quel braccio!—ribattè Gian Aloise, con accento sarcastico.—Abbiatelo tanto più forte, quanto più volete esser solo, mentre spira un’aria così poco favorevole ai nostri, in questa disgraziata città. È l’augurio d’un parente che vi ama, ad onta delle vostre.... Come chiamarle?... Mi lascerete dir bizzarríe?

—Dite pure stravaganze;—rispose il capitano Fiesco.—Tutto sopporterò di buon grado, fuorchè la taccia di debolezza e viltà.—

Salutò, detto questo, e se ne andò invelenito; tanto invelenito, che non chiese nemmeno licenza di andare ad ossequiare madonna Caterina.

Uscito dal palazzo, e fatti in un minuto i cento gradini della cordonata famosa, voltò a manca, per non dover risalire da Rivalta a porta Soprana, luogo troppo affollato. Più libera la via verso quel tratto della spiaggia che gli eruditi del tempo avevano già incominciata a chiamare il seno di Giano; liberissima e tranquilla sotto i suoi occhi la distesa del mare turchino, su cui sonnecchiava col capo un po’ inclinato a levante il maestoso scoglio Campana, vecchio testimone di tante sfilate trionfali del naviglio genovese, dallo stolo di Terrasanta ai ritorni della Meloria, di Portolongo e di Ponza. Lo scoglio Campana era un suo grande amico, fin dagli anni lontani della sua adolescenza; col quale, o davanti al quale, era uso meditare sulle passate grandezze della patria; e quella volta il capitano Fiesco, masticando male una frase del suo eccelso cugino Gian Alvise, non degnò il vecchio amico neppure d’uno sguardo fuggevole, mentre saliva per Campo Pisano all’erta di Sarzano. Sempre borbottando e sbuffando, dai fianchi dell’antico Castello, sede e baluardo del municipio Genuate, già da un pezzo convertito in un ceppo di conventi e di chiese, calò verso le case degli Embriaci, donde, girando attorno a quelle dei Giustiniani, voleva difilarsi a San Lorenzo, dove sorgevano quelle dei Fieschi.

Gran gente fin allora non aveva incontrato: fra conventi, chiese e palazzi che parevano fortezze, in un quartiere alto, donde la città era presto calata a distendersi nel piano verso ponente, non era il caso di trovar banchi o botteghe, nè per conseguenza la calca delle strade operose. Un po’ di animazione incominciava dai Giustiniani; il brulichio della folla lo aspettava nella contrada e nella piazza del duomo di San Lorenzo. Colà si accoglieva in gran parte la vita cittadina; colà nei primi secoli dopo il Mille si adunava il popolo a parlamento; colà il Cintraco, venendo dal Palazzo del Comune, che sorgeva alle spalle del Duomo, veniva a leggere i bandi dei consoli. E colà, cessati gli uffici politici della storica piazza, si adunavano ancora i cittadini a conversare, magari a far baccano, sommosse e principio di rivoluzioni; colà, finalmente, come è sempre avvenuto intorno alla casa di Dio, fin dai tempi di Cristo, si teneva un po’ di mercato.

In quella calca doveva cacciarsi il capitano Fiesco per riuscire a casa sua. La pazienza non era il suo forte, a dir vero; ma egli, in momenti quieti e ad animo riposato, sapeva dominarsi col raziocinio, che gli suggeriva le frasi della cortesia non ancora stizzita: “vi prego.... con licenza, cittadini.... scusate, amico„, e lo aiutava a passare. Ma i momenti non erano quieti, per allora, nè egli aveva l’animo riposato; ed egli e quel popolo, tra cui si cacciava, erano in uno dei loro giorni più cattivi; e mal volentieri si scomodava la folla per lasciarlo passare; ed egli, coll’amaro in corpo, non si sentiva di far bocca dolce.

Frattanto, correvano intorno a lui certi discorsi, che non erano fatti per rabbonirlo.—Fallatutti, ci siamo?—È giusta di sale.—Bisogna scodellarla.—Magari! è ora di finirla.—Vedremo al friggere, se saran pesci o anguille.—Giù dalle gronde, i gatti, e vivano le cappette.—

Il gatto era emblema araldico dei Fieschi, insieme col drago, detto anche basilisco. E per l’ora corrente, essendo i Fieschi a capo della nobiltà, l’accennare al gatto era un intendere tutta la genía dei nobili. Quanto alle cappette, si alludeva con questo nome al popolino. “Erano poverissima gente (lasciò scritto negli Annali di Genova monsignor Giustiniani), artigiani e servitori di artigiani mal vestiti, con le calze di tela e con una stretta e cattiva cappa; perciò furono nominati cappette„.