Più in là era un crocchio di ragionatori più sodi, ma non meno sediziosi.—Ve l’ho a dire, cittadini? La va come sulle galere. Si può disputare del più e del meno finchè il nemico è lontano: ma quando il cómito ha gridato arme in coperta, non c’è più da discorrere; da poppa e da prora, all’arrembata e all’impavesata, ogni uomo prende il suo posto di combattimento. E non si parli di pace, mentre siamo venuti a mezza lama. O loro o noi, qualcheduno ha da andare di sotto.

—Bravo!—pensò il Fiesco.—Questo si chiama ragionare; ed anche insegna a sragionare.—

Frattanto lavorava di gomiti, per avanzare di qualche passo verso il suo tratto di strada. Ma intoppò in due che gli voltavano le spalle, e non si davano per intesi delle sue sollecitazioni. Si rammentò allora d’un bel giuoco, che gli era tante volte riuscito con amici per via. Toccò leggermente uno di quei due sulla spalla sinistra, e l’altro sulla spalla destra. Si voltarono ambedue, ognuno dalla parte dove si sentiva toccato; così, senza volerlo, gli fecero posto, ed egli guizzò lestamente nel mezzo. S’intende che avvedutisi dell’artifizio, non volevano tollerare la celia.

—Fate largo! è qua lui!—gridarono, con accento di scherno donde trapelava la collera.

—Lui! chi, lui?—gridò egli a sua volta, fermandosi a guardarli.

S’era voltato a deboli avversarii, o mal preparati all’attacco. Non rifiatarono; anzi, pareva che non dicesse a loro. Ond’egli era già per ripigliar cammino, quando all’orlo della gradinata di San Lorenzo, e sotto alla famosa statua che porta il nome dell’Arrotino, vide un omaccione dalle spalle quadre e dal collo erculeo, che lo guardava a squarciasacco. Ed anche lo udì, che diceva ad un vicino: “bisogna insegnargli, a questi prepotenti„. La guardata, l’atteggiamento, le parole di quell’uomo, gli dettero noia. E forse non era da farne caso, potendo quelle parole non esser dette per lui; ma egli, come attratto dal pericolo, si avvicinò d’un passo, per sentire dell’altro. Frattanto, eccogli tra’ piedi un contadino della Polcevera, che mettendogli sotto il naso un canestro di ceppatelli di macchia, gli grida coll’accento largo e spaccato della sua valle:

—Vitella di bosco! vitella di bosco!—

Fece un gesto di persona seccata, torcendo il capo, ma ancora tendendo l’orecchio per sentire quell’altro. E il contadino ripigliava, insistente come un moscone:

—Ma li guardi, come son belli! non par che dicano: mangiami?—

Non sapendo come liberarsene, domandò il prezzo: ma ancora e sempre guardava il suo nonno.