—Per Vostra Signoria, quattro soldi la libbra.—

Quattro soldi! Facciamo ad intenderci. Il soldo era la ventesima parte della lira: ma la lira genovese d’allora valeva tre lire e quattro centesimi della nostra moneta d’oggidì; il soldo valeva dunque un po’ più di quindici centesimi dei nostri; e ciò senza contare il ragguaglio diverso fra la derrata e la moneta d’allora.

—Troppo cari;—notò il capitano.

—Eh, per lor signori!...

—Troppo cari, grazie!

—Grazie!—ripetè il contadino.—E ci ho perso il mio fiato, per un grazie della sua bella bocca. Vedete un po’ voi, Ghiglione!—proseguì, volgendosi all’omaccione dalla torva guardatura.—Ma già, con questi signori morti di fame non c’è altro da aspettarsi.

—No, caro, c’è dell’altro!—rispose il Fiesco, non vedendoci più lume.

E voltatosi di schianto, gli sferrò a pugno chiuso un tal colpo sul mostaccio, che lo mandò rovescioni sull’orlo della gradinata.

Fu un putiferio. Quell’altro, levatosi con la faccia tutta sanguinante, a gridare: così trattano i signori, spalleggiati dal re di Francia! E l’omaccione dal canto suo: già bella prodezza, contro la povera gente! ma non son chi sono, se non gli metto le budella al collo!

E brandiva uno spiedo, che portava appeso alla cintola. Un macellaio! Fosse pure; ma non aveva per quella volta un agnello da scannare, nè un bue da accoppare.