—Bravo, Ghiglione! Dàlli, al gatto! dàlli!—

Il capitano Fiesco aveva pronto e sicuro il sentimento delle grandi occasioni. Era in ballo, voleva ballar bene. Per intanto, con un calcio poderoso cacciò indietro parecchi, facendosi largo quanto bastasse per isguainare la spada. Come l’ebbe in pugno, la menò attorno con forza; e chi ne toccasse, suo danno.

—Questa val più del tuo spiedo!—gridò, tirandone un colpo al minaccioso avversario, a cui cadde l’arma dal pugno.

—Popolo! popolo!—si vociava d’ogni parte.—È un nobile che fa il prepotente. Dàlli al gatto! morte al gatto!

—Che gatto?—si rispondeva.—Che morte? E non è ancor preso, il gatto! e lavora assai bene con l’unghie! A noi! a noi!—

Queste voci venivano dall’alto della strada. E colle voci i ferri; e davanti ai ferri si apriva la calca, bestemmiando, piangendo, urlando, gridando misericordia.

Messer Bartolomeo s’era fatto intorno un gran cerchio. La sua spada, non tagliando più, per aver perso il filo, lacerava e ammaccava. E mentre lavorava così di puntate e manrovesci, stava coll’occhio attento ad ogni moto della folla; e a chi, col coltello nel pugno, strisciando a terra s’ingegnava di venirgli sotto, allungava pedate, più forti ancora dei colpi di spada.

—Eccolo qui, il gatto! prendetelo, se vi riesce, mascalzoni!—gridava.

E giù fendenti, giù manrovesci e puntate, quello che gli veniva meglio, facendo fronte da tutti i lati, con le mani e coi piedi. Certo, non poteva durar lungamente così. Ma durò tanto, che il soccorso gli venne. Da tutte le case vicine avevano veduto il tafferuglio: erano case di nobili, e in gran parte della gente dei Fieschi. Tutti quei cavalieri avevano afferrate le armi, scendevano sulla strada, e ancora il capitano Fiesco non aveva toccato altro che qualche scalfittura, quando gli giunse man forte, e primo fra tutti il frate scudiero, che per far più svelto aveva scalato una doppia fila di spalle, trattandole come spaldi nemici; dond’era balzato nel vallo con la spada sguainata. Altro che gatto! quello era stato peggio d’una tigre.

—Ben venuto in refettorio!—gli disse il capitano, ripigliando il suo buon umore.—Ce n’è ancora una scodella per te, frate Alessandro.