—Che! arrivo tardi;—rispose il frate scudiero.—Non vedete come scappano?
—Per andar fuori del tiro, sì; ma ora voleranno sassi, mio caro.
—E allora sotto, prima che pensino a farci fare la fine di Golía.
—Sì, sotto, sotto!—gridarono i cavalieri venuti in soccorso.—Ma da che parte si comincia?
—Di qua!—rispose il capitano, additando verso il coro della chiesa.—Si faticherà di più, risalendo la strada; ma avremo libere le case nostre, e ci saremo anche accostati al palazzo del governatore. Messer Roccabertino non vorrà mica starsene con le mani alla cintola.—
Consigliava bene, il capitano Fiesco. E la caccia, incominciata di là, ebbe l’effetto di spinger la folla sotto gli arcieri della guardia, già usciti dal palazzo al rumore della zuffa. Messer Roccabertino (ritornato da Acqui, manco male!) occupò con la sua gente il campo di battaglia. Non c’erano morti; ma i feriti abbondavano. E furono rimandati alle case loro quei che potevano andarci; gli altri portati a braccia, aiutando gli stessi cittadini, che per tal modo si levarono più presto di lì. Mezz’ora dopo, tranne le chiazze di sangue che imbrattavano il selciato, si vedeva piazza pulita.
Sciolto l’assembramento, e chetate alla meglio le ire cittadine, venne la volta di una severa inchiesta. L’inchiesta, si sa, è sempre severa. Il capitano Fiesco, eroe della giornata, non aveva nulla da nascondere; narrò tutto per filo e per segno. Nè dal suo racconto dissentì troppo quello che narrava il Ghiglione, mostrando il suo braccio affettato. Il naso rotto del Polceverasco era andato a farsi ristagnare il sangue alla fontana di Soziglia, nè fu il caso di chiamarlo in giudizio. Degli altri feriti la prudenza del luogotenente aveva anticipatamente sottratti a quel sommario processo i guasti e le querele. La giornata era tutta a vantaggio dei Fieschi; e i Fieschi, amici del governo di Francia, non si potevano trattar troppo male; tanto più ch’erano stati provocati. Anche l’eccelso Gian Aloise, avvertito in fretta dell’accaduto, era sceso dalla sua ròcca di Vialata con un drappello di cavalieri, e portava a palazzo il peso della sua autorità. Raccomandava anch’egli concordia; voleva anch’egli giustizia; ma sopra tutto che si levasse ogni argomento di nuove dissensioni in città, insegnando a tutti il rispetto delle leggi. Intanto lodava il cugino, che non si era lasciato sopraffare, mostrando come i Fieschi si sapessero guardare da sè contro le violenze dei mascalzoni.
—Per avventura, cugino Bartolomeo,—diceva egli sottovoce al valoroso parente, mettendogli l’eccelsa mano sulla spalla,—sono stato io, con certe parole un po’ matte, che vi ho fatto saltar la mosca al naso? E non mi pento di averle dette, se mai. Per opera vostra sapranno i villani che a toccare i Fieschi ci si scottan le dita.—
Il capitano Fiesco sorrise, pensando che proprio a lui, nemico giurato d’ogni discordia, era toccato di dare il mal esempio alle turbe. Ma in verità, lo avevano tirato pei capelli.
A proposito di esempi, ce ne voleva uno, e terribile. Il luogotenente Roccabertino non ebbe ritegno a darlo, sbandendo dalla città il conte Bartolomeo Fiesco e il macellaio Ghiglione. Era la giustizia, sebbene attenuata di molto, del cadì d’Alicante, di burlesca memoria, che sentiva attentamente le ragioni dell’ebreo e quelle del cristiano; poi, chiunque avesse ragione dei due, faceva somministrar loro venticinque legnate per uno. Il Roccabertino, sangue spagnuolo, non arabo, sopprimeva le legnate, contentandosi di bandir le due parti. Per altro, non si fidassero troppo della sua grande bontà; a chi rompesse il bando era minacciata la morte. E con ragione; che i banditi del mese innanzi rientravano tutte le sere in città, e la giustizia n’aveva avuto uno smacco.