La veneranda madonna Bianchinetta strinse lungamente al seno i suoi figli, baciandoli e ribaciandoli. “Mi ridate dieci anni di vita„ esclamava la nobil signora, piangente di gioia. Nè a lei raccontarono tutto ciò che avevano sofferto in quei tre mesi di assenza. Perchè turbar la sua pace col racconto dei pericoli incontrati? Alla vecchiezza adorata, che abbellisce la nostra casa dopo averla fatta prosperare, noi non dobbiamo offrir altro che immagini ridenti, in tributo di devozione, in ricambio di benefizi. Un soave tramonto è così caro compenso alle nostre faticose giornate!
Ma del passato doloroso si ricordavano ben essi, che tanto ne avevano sofferto. E si guardavano in viso, quasi per assicurarsi scambievolmente della loro felicità. “Siamo noi?„ dicevano. “Proprio noi, qui, nella nostra pace, che è stata messa a così grave rischio laggiù? Tu l’hai sopportato con animo forte, o Fior d’oro! E tu l’hai scongiurato con ogni poter tuo, o Damiano, che non avresti saputo sopravvivermi! Ma confessiamo, giunti alla riva, d’esserne scampati per un vero miracolo. Anima del mio cuore, come dicono così bene di là dai Pirenei! anima dell’anima mia!„
Nè solamente pensavano a sè stessi, come fanno nel loro egoismo tante coppie felici. Si rattristavano ancora, e spesso, pensando al signor Almirante, anima grande su tutte, raggio di Dio, così dolorosamente sparito dalla faccia del mondo.
—Io gli ergerò un tempio nel mio cuore;—diceva Juana.—Egli ha data la sua vita per benefizio del genere umano; ma a nessuna creatura mortale è stato più cortese dispensatore che a me. Se egli non era, se l’ingegno suo non divinava un mondo di là dai mari sconosciuti e terribili, se la sua costanza non vinceva ogni difficoltà, se non superava ogni ostacolo, ti avrei conosciuto io, bel conte? Un po’ matto, non è vero?—soggiungeva la bellissima donna, ridendo di quel suo bel riso che invitava ai baci.—Ma io ti amo così. Troppo gravi e severi, vi fanno santi, e andate ad abitar nelle nuvole. Anch’egli, il Giocomina, di cui forse noi soli in Haiti abbiamo inteso il carattere divinamente paterno, anch’egli ha amato, come ogni mortale; e felice tra tutti, nella medesima grandezza delle sue sventure, ha meritato l’amore d’una Beatrice di Bovadilla.—
Povera Bovadilla! meritava bene di non essere dimenticata, da due cuori amanti, da due anime elette. Le avevano detto, innanzi di lasciare la Spagna: “marchesa, venite con noi; parleremo ogni giorno di lui.„ Ed ella aveva tristemente risposto: “no, amici, no; la mia vita è infranta. Laggiù, nel mio monastero di Siviglia, raccolta nell’ombra, parlerò di lui ogni giorno con Dio; con Dio che riceve i cuori afflitti, e nel dolore li affina, per renderli degni di quell’amor vero e profondo, che, non senza il suo consiglio, era nato e cresciuto.„
Dal suo convento di Santa Chiara la dolente signora scriveva nell’ottobre di quell’anno ai suoi buoni amici di Gioiosa Guardia:
“Penso che davvero non vi vedrò più in Ispagna. Il re Ferdinando trionfa: chi l’avrebbe mai detto? Sapete che dopo un colloquio con Filippo suo genero, colloquio dal quale non era uscito senza vergogna, egli aveva presa la via d’Aragona, lasciando ogni sua pretensione alla reggenza di Castiglia. Di là, s’era imbarcato per Napoli, volendo pagare Consalvo di Cordova della stessa gratitudine onde aveva pagato il nostro immortale Colombo. Ma ecco, mentre il generoso Ferdinando è in viaggio, il 25 settembre, muore a Burgos il re Filippo; Giovanna impazzisce del tutto, la poveretta! e il virtuoso Ximenes persuade i miei Castigliani a riconciliarsi col re d’Aragona, unico che possa prender le redini dello Stato. Sicuro; e si è giunti a questo, di richiamar Ferdinando. Questi, come vi ho detto, era in viaggio; i venti contrarii avevano obbligato il suo naviglio a cercare un rifugio in un punto della spiaggia di Liguria, che dovrebb’essere molto vicino a voi, e che si chiama Portofino. Avvisato laggiù, non si degna di rispondere; vuole dar tempo al tempo, il gran furbo. Arriva a Napoli, dove lo raggiungono altre preghiere; fa il sordo; ma fino a quando? Io son sicura che al terzo scongiuro si commuoverà la grande anima sua, e noi riavremo quella gioia di re.„—
Quello che non poteva ancor dire la marchesa di Moya, scrivendo nell’ottobre del 1506, soggiungeremo noi ora. Il re Ferdinando si fece ancor pregare e scongiurare dell’altro, dando tempo al Ximenes di avvezzare i Castigliani alla nuova reggenza, e di fargliela perfino proporre dalla figliuola Giovanna; la quale, nei lucidi intervalli della sua ragione, vedeva pur troppo di non reggere al peso della corona. Ed egli non si mosse da Napoli, se non il 4 giugno dell’anno seguente. Anche qui i venti contrarii lo molestarono nel suo tragitto; di guisa che egli e la regina Germana presero terra a Genova. Era anche nei disegni del re Cattolico di avere un colloquio con suo zio il re Cristianissimo, che aveva allora allora ripigliato Genova, dopo la sua ribellione e il tragico dogato di Paolo da Novi. Il re Luigi era già in moto per ripassare le Alpi: saputo il desiderio del nipote (un nipote che aveva dieci anni più dello zio) gli diè la posta a Savona, dov’egli si volse per terra, e dove Ferdinando andò per mare a raggiungerlo, il 28 di giugno. Vi fu ricevuto con grandissima pompa, e non ci stette senza sospetto, nè senza le opportune cautele, facendo calare a terra quanta gente più potè dalle navi. Stettero i due re quattro giorni in istretti e segreti ragionamenti; parvero dimenticare le ruggini antiche, e certamente lavorarono di buzzo buono a ribadire ognuno dei due la sua parte di catene ai piedi e alle mani della povera Italia.
Ferdinando s’era condotto dietro Consalvo di Cordova, il vero conquistatore del reame di Napoli. E gliene aveva levato il comando, promettendogli in Ispagna il gran maestrato dell’ordine di Sant’Iago, che poi con la solita fede, si guardò bene di dargli. Avendolo con sè, dovette presentarlo al re Cristianissimo: il quale, pur ricordando di aver perduto Napoli pel valore del Gran Capitano, non si saziava di contemplare un tant’uomo, e con la sua bella cortesia francese impetrò dall’ospite l’onore di aver Consalvo alla loro mensa, unico suddito, messo alla pari con una regina e due re. Fu l’ultimo giorno della gloria di Consalvo, che in Ispagna non fu più adoperato dal suo signore, nè per opere, nè per consigli; e rimase ott’anni a sfiorire nell’ombra, per morire il 2 dicembre 1515. Allora, poi, scoppiò per Consalvo la gratitudine del re Ferdinando, com’era scoppiata per Cristoforo Colombo, le cui reliquie, tolte nel 1513 dal chiostro di San Francesco in Valladolid e trasferite a quello dei Certosini de las Cuevas di Siviglia, ebbero per concessione regale l’onor della scritta:
Por Castilla y por Leon
Nuevo mundo halló Colon.