Era un distico fiorito sulle labbra della riconoscente Isabella, e passato in proverbio nel popolo, prima che fosse inciso nel marmo. Ad un morto, del resto, si poteva render giustizia, purchè fosse ben morto; e sette anni erano sicuramente bastati a darne certezza. Figurarsi! Era così morto, anche nella memoria degli uomini, che il nuevo mundo da lui hallado, ossia ritrovato, non da lui prendeva nome, ma da un altro italiano, che ne aveva delineati i contorni, mettendo la sua riveritissima firma a’ piedi del foglio. Sic vos non vobis. Dicono che lo sbaglio di prendere per iscopritore del nuovo continente il modesto disegnatore d’una carta da navigare, sia stato commesso da una società di dotti. Possibilissimo; è dei dotti l’errare, come degli ignoranti l’andare sull’orma.

Abbiamo accennato di Luigi XII, che aveva ripreso Genova, ribellata al suo alto dominio; e dobbiamo dir brevemente come fosse andata la ribellione. Al tumulto del luglio, ove il capitano Fiesco, andando a casa sua col miglior proposito del mondo, aveva fatto uno sproposito madornale, altri n’erano seguiti, non più potuti sedare dal luogotenente Roccabertino, nè dal governatore di Ravenstein; i quali, lasciato Galeazzo di Salazar con un buon presidio nel Castelletto, dominante la città, andarono altrove ad attendere le risoluzioni del re; mentre i nobili si ritiravano nelle loro castella, e con essi la più parte dei popolari, poichè le Cappette avean presa la mano, fatto nuova magistratura di tribuni ed eletto un doge dei loro, che a tutto provvedesse, a restaurare l’autorità della repubblica nelle riviere, da Sarzana a Monaco, e a preparare la resistenza contro le armi di Francia. Troppa carne al fuoco; e mentre si perdevano in un vano assedio sotto Monaco, che era di Luciano Grimaldi, e in minacciose scorreríe da Rapallo a Sarzana, per abbattere la potenza di Gian Aloise Fiesco, non si rafforzavano abbastanza in città, per contenere gli assalti del re Cristianissimo. Il quale si calò nell’aprile del 1507 dal Giogo, e posto quartiere in Rivarolo, spinse tosto le sue avanguardie, coi signori di Chaumont e di La Palisse, sulla vetta di Promontorio, ch’era certamente il punto più debole della difesa di Genova. Fu accanita la resistenza del popolo, e il La Palisse ricacciato con gran perdite, egli stesso gravemente ferito d’un verrettone alla gola; ma al signore di Chaumont, dopo un primo rovescio, venne pur fatto di collocare in buona postura due cannoni, che coglievano di fianco i difensori del colle. Cedettero questi; e con essi, per tema d’esser tagliati fuori, anche i defensori del bastione si ritrassero verso il Castellaccio, lasciando sguarnito il passo di Promontorio, donde il nemico si mostrò minaccioso alla città costernata. Si venne agli accordi, e per la città trattarono i popolari, la cui partecipazione alla rivolta era andata meno oltre; ma i patti furono durissimi, e il 28 aprile il re Cristianissimo, entrato per la porta di San Tommaso in città, levando la spada, potè gridare con voce alta e minacciosa: “Genova superba, ti ho domata coll’armi„. Si rizzarono le forche in più luoghi; parecchi della plebe vi furono impiccati, ed uno dei popolari, Demetrio Giustiniano. Molti furono proscritti: si tornò il governo all’antica forma, metà degli onori ai nobili, metà ai popolari, che più non rifiatavano; onde ne facevan le grasse risa i vincitori.

Stette in Genova il re Luigi fino al 14 maggio, sfoggiatamente ricevuto e banchettato in Vialata dall’eccelso Gian Aloise Fiesco, reduce dal suo castello di Montobbio. Nè gli mancò l’omaggio delle dame, nel convito offertogli da madonna Battistina vedova di Giovanni Ceba Grimaldi, la quale avea pure un suo parente nel novero dei proscritti. Ricevuto il giuramento di fedeltà dagli anziani sulla piazza del pubblico palazzo, decretò che si mutasse il conio della moneta; e laddove era scolpito Cunradus rex Romanorum, in memoria dell’antico privilegio imperiale del 1138, fu sostituita la leggenda: Ludovicus XII rex Francorum Januae dux, con lo scudo dei tre gigli e la corona, in luogo dell’antica croce. La quale comparve bensì nel rovescio, aggiunta sull’antico castello; ma la scritta non fu più Janua come era prima, a significare la città signora di sè, ma Comunitas Januae, per dire che un comune si riconosceva, non più una città dominante, un capo di repubblica.

Tacciamo della fortezza innalzata allora a Capo di Faro, e chiamata a scherno la Briglia; di Paolo da Novi, tintore e doge, accenniamo brevemente che andato a Pisa, e imbarcato su d’un brigantino per Roma, fu riconosciuto dal capitano della nave, un Corso già stato suo soldato, e da lui venduto per ottocento ducati ai Francesi. Condotto a Genova il primo di giugno, e rinchiuso nella fortezza del Castelletto, fu il quindici di luglio condotto al patibolo, rizzato per lui sulla piazza del pubblico palazzo. Nobili e popolari assistevano al legale assassinio. Morì da eroe; il capo troncato messo in cima d’una lancia sulla torre del palazzo; del corpo fatte quattro parti, ed appese sulle porte della città. Bene ispirato sul palco, innanzi di dare il collo alla mannaia, aveva egli esortati i suoi cittadini a non fidarsi dei grandi, qualunque fosse la classe loro, di nobili, o di popolo grasso, di tetti appesi, o di cappellacci; mentre egli, per fidarsi generosamente di essi, era condotto a quel termine.

Ed anche meglio ispirato il capitano Fiesco, che si era tappato nella sua Gioiosa Guardia, nè per preghiere, nè per larghi partiti che gli facessero, voleva più spiccarsi di là. Passavano i congiunti, e li accoglieva a festa; ma non isperassero di tirarlo nei loro armeggiamenti. Che cosa aveva egli a vedere nelle ambizioni di quell’ottima gente del suo casato, egli rifatto dentro e fuori, ribattezzato e riconfermato in altre ambizioni più alte, nel nome e nella fede di Cristoforo Colombo? Più largo orizzonte vedeva egli, quantunque paresse chiuso in quel fondo di valle.

Era capitato tra gli altri messer Filippino. Il giovanotto s’era coperto di gloria in una fazione presso la Spezia, combattendo contro le forze dei commissarii mandati dal governo popolare a sommuovere la riviera di Levante. Carico di allori, non aveva saputo resistere alla tentazione di fare una visita alla Gioiosa Guardia. Il capitano Fiesco lo avrebbe tanto volentieri fatto ritornare sopra i suoi passi, e per via più spedita, come a dire per una delle grandi finestre, che davano luce alla sua caminata. Ma la contessa Juana osservò giustamente che quello non sarebbe stato un tratto da ospiti. Messer Filippino era un seccatore; ne conveniva anche lei. Ma forse era diventato tale, perchè non gli si era mai parlato chiaro; e del parlargli chiaro non c’era mai stata l’occasione.

—Mi lasci sola una mezz’ora con lui?—chiese ella al marito.—Egli parla, ed io gli rispondo.

—Che cosa gli dirai?

—Ecco il geloso!

—No, sai? non è per questo. Di’ piuttosto il curioso.