—E al curioso non posso dir niente fin d’ora. Una risposta, per esser calzante, deve conformarsi alla domanda; non ti pare?
—È giusto;—conchiuse il capitano Fiesco.—E il curioso, poichè il geloso non c’è, ti lascia libero il campo.—
Messer Filippino ebbe così il destro di parlare, e la disgrazia di dar nella pania. Amava disperatamente; voleva compiere imprese mirabili per la donna amata, come un altro Lancillotto del Lago; si sarebbe ucciso, se la nuova regina Ginevra non gli avesse dato la sua mano a baciare. La contessa Juana, che di tornar regina non voleva saperne, ribattè punto per punto, senza andare in collera, il pazzo ragionamento di messer Filippino. Baciarle la mano? Lo poteva sempre, in solenni occasioni, davanti alla corte congregata, e nel cospetto di Artù. Far grandi imprese, incontrar pericoli strani per lei? Non n’era più il caso; e quando c’era stato, non lui, Filippino, ma un altro Fiesco ci aveva messa la vita, compiendo tali prodezze, che a narrarle sarebbero parse incredibili. Ed ella amava quel prode. Quanto all’uccidersi, perchè? Non valeva niente la sua vita? E se non valeva niente, perchè l’offriva a lei? Facesse meglio, il buon cugino; vivesse per l’utile della sua patria, e per la gloria del proprio nome; fosse cavaliere con la sua parente, come ella voleva esser tenuta da tutti; e a lei ne dèsse una prova solenne, rispettandola un poco.
Il bel Filippino chinò la fronte, umiliato e contrito. Risanò del suo male, perchè era giovane, e la gioventù abbonda di forze riparatrici. Nè con questo si vuol negare che altri risanino, perchè son vecchi; ma in questo caso è forse da conchiudere che la vecchiaia non abbia più forze bastanti da nutrire a lungo i suoi mali. Del resto, giovani o vecchi, che vuol dire? È degli amori come dei semi della parabola: hanno bisogno anch’essi del terreno propizio; gittati sulla strada, non hanno tempo a metter le barbe; nei sassi non durano; nelle spine si affogano.
L’ospite rimase poco alla Gioiosa Guardia, quel giorno. Forse gli pareva che la ròcca non meritasse punto il suo nome. Aveva anche tanto da fare, il giovinotto! Di restare a cena neanche parlarne, poichè doveva ritrovarsi quella sera a Rapallo. Il capitano Fiesco lo lasciò andare, con quelle vuote parole che si smozzicano tra i denti quando non si ha niente da dire, e con quell’aria un po’ melensa, che gli uomini accorti san prendere così bene ad imprestito dagli sciocchi, quando a mostrarsi accorti non c’è nè gusto nè grazia. E se ne andò in giardino, dove la contessa non tardò molto a raggiungerlo.
—Se Dio vuole,—diss’ella, sedendo accanto a lui sopra un bel sedile di quella pietra che la vicina Lavagna mandava così gentilmente lavorata ai suoi conti,—questa volta è finita. Gran cosa, poter parlare con libertà! Filippino non torna più a far sonetti.
—Vorrai dire che non tornerà più a recitarne, del Petrarca, nè d’altri;—rispose il capitano Fiesco, che non era geloso, ma non sapeva perdonare a Filippino le sue smanie amorose.—Non è nato poeta, quel poveraccio; e ti sarà anche riuscito un cattivo oratore. Ah, non mi dir nulla; non voglio fare il curioso; mi basta d’esserne fuori. Pensiamo ad altro, Fior d’oro. Vedi che tramonto di sole! che bellezza! che gloria! Chi non sarebbe poeta, davanti ad uno spettacolo come questo? Ah, se la mia bella amica volesse!...
—Che cosa?
—Prendere il suo maguey, che dorme nella sua camera, appeso all’arpione, e improvvisare un bel canto, nella dolce lingua di Haiti, come due anni fa sulla spiaggia di Cahonana!—
A quel ricordo si commosse Fior d’oro, e si strinse fremendo al petto di lui.