—Intendo la madre:—notò Bartolomeo Fiesco;—ma la discendente di Aleramo potrà forse giudicare più benignamente le vaste ambizioni di Gian Aloise.

—V’ingannate, cugino. La discendente di Aleramo sa che il grand’uomo si attenne alla marca che gli era stata data in custodia, nè volle alzar gli occhi, o metter la mira più in alto. E Guglielmo Lungaspada, e Gerberga sua moglie, amarono far lignaggio di cavalieri contenti al più modesto ma ancora assai nobile ufficio di governare pacificamente un popolo di quieti ed onesti lavoratori. Lungi dal pensiero di accrescere il dominio, o di tenerlo raccolto in un ramo della famiglia, lo spartirono equamente tra i loro figliuoli; e dove le città della spiaggia, fatte ricche dal mare, vollero esser padrone di sè, non furono i signori del Carretto quelli che si ostinarono a tenerle sotto tutela. Quando poi la cupidigia e l’ingiustizia tolsero ad uno di loro la parte sua, e che voleva esser sua per vincolo di amore, sapete bene che Dio non tardò a reintegrarne la famiglia nel suo giusto possesso. Ed io vengo di là, buon cugino; vengo da quel dolce Finaro che sempre tenne fede ai miei padri, meritando ch’essi non levassero gli occhi a cose più alte, ma più vane, e più pericolose per giunta.—

Così parlava il cuore d’una madre. Sentiva egli già, cuore presago, le matte ambizioni condurre a ruina la casa? Quarantadue anni ancora, e nell’ambizioso figliuolo del suo Sinibaldo non pure la grandezza della casa doveva perire, ma la istessa progenie dei Fieschi.


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Capitolo VI.
Filemone e Bauci.

Era partito per Genova con una scorta di sei balestrieri a cavallo, non volendo scomparire con la gente di messer Filippino, e piacendogli di onorare per una volta tanto il suo antico luogotenente Giovanni Passano, diventato in certo qual modo suo genero, ma sopra tutto suo “alter ego„ in Genova per ragion di negozi. Quanto a sè, viaggiava volentieri da solo, come quando al suo ritorno dal forte di San Tommaso, davanti alle cascatelle del rio Verde, era caduto nella imboscata dei selvaggi di Maguana; ricordo piacevole, com’è sempre quello d’un pericolo corso e scampato; ricordo piacevolissimo, perchè dal pericolo di morte gli era venuto il suo raggio di vita, alla presenza di Anacoana, la bellissima tra le belle, la perla di Haiti, il fior di Xaragua.

Povera madonna Catarina Bescapè della piazza del Regisole in Pavia, come impallidivate al paragone! Già non eravate più che un’ombra, una larva, come tutte quelle giovani bellezze di Cuba e di Haiti, Samana Taorib, Caritaba non meno Taorib, Abarima più Taorib di tutte, e non meno dimenticata anche lei. Il gran sole di Maguana aveva facilmente dissipate quelle visioni dell’alba, tessute di nebbia e di follìa. Com’era bello quel sole! e come aveva trasfigurato anche l’uomo su cui aveva posato il suo raggio! La migliore tra le donne aveva inteso il gran cuore di Damiano, per mezzo alle follìe della baldanzosa gioventù, e di quel cavaliere capriccioso aveva fatto con l’amor suo un gentiluomo severo, un fior di senno. Ci voleva una gran fiamma per domar lui, per farne un altr’uomo. Così la fanciulla ardita va di buon passo alla fonte lontana, saltellante e leggera con la sua brocca di rame, che ad ogni moto del fianco le vacilla sul capo; ma torna diritta ed austera al villaggio, sapendo che del prezioso umore non dee versare una goccia.

Damiano (perchè sempre un po’ di Damiano ha da trovarsi nei panni di Bartolomeo Fiesco) non voleva perdere una goccia della sua felicità. Bella! bella! bella! andava ripetendo egli dentro di sè, a guisa di giaculatoria, mentre scendeva a gran passi la cordonata del palazzo di Gian Aloise. Donde sarà lecito argomentare che non pensasse più affatto ai discorsi tenuti lassù; o che piuttosto ne ricordasse uno solo, l’ultimo, il più breve e il più caro. Caterina del Carretto nei Fieschi, parlandogli della contessa Juana, l’aveva esaltata a ragione come la più bella creatura del mondo. E voleva dirglielo, a sua moglie, appena fosse rientrato in Gioiosa Guardia: “così, dolce amica, siete stata giudicata da una gran dama che se ne intende; e in Genova, badate, nella città fortunata, dove le belle donne si trovano a macca, come sui nostri Appennini i ceppatelli e le uòvole alla prim’acqua d’agosto.„