Frattanto, voleva pensare a lei; e per questo, se era venuto in troppa compagnia, intendeva di ritornare da solo. La cosa non doveva esser difficile, poichè il Passano restava a Genova, e messer Filippino, a Dio piacendo, trattenuto a consiglio in Vialata, non aveva pretesti per rifare il viaggio.
Sceso in fretta alla chiesa dei Servi, risalito per Rivalta alla porta Soprana, ridisceso dal Prione a San Donato, e di là per la via di Chiavica riuscito in Canneto, svoltò da un vicolo nella strada di San Lorenzo, strettissima allora, quasi serrata nel fianco sinistro del Duomo, e tutta fiancheggiata dalle case dei Fieschi, mentre dall’altra parte si stendevano quelle dei Doria. Vialata era pei Fieschi una novità; e chiesa e palazzo e giardini erano stati edificati nel secolo XIV, su terreni a bella posta comperati dai De Marini. Il grosso delle case dei conti di Lavagna era stato da prima, e durava ancora nei pressi del San Lorenzo; ci aveva un suo palazzo l’istesso Gian Aloise; ci avevano le lor case Emanuele e Gian Ambrogio Fieschi; poco lontano da essi, in Canneto, ci aveva la sua Ettore Fiesco, del ramo di Savignone; e in fila con essi Bartolomeo Fiesco la sua, abitata allora dal suo quasi genero Giovanni Passano.
Salutato costui e lasciatogli le sue istruzioni, preso commiato dalla adolescente sposa di lui, che sperò invano di ritenerlo qualche ora, mosse per San Domenico alla porta di Santo Stefano, fuor della quale lo attendeva Pietro Gentile colla scorta dei balestrieri a cavallo. Ed era anche là il suo fido ronzino Talavera, un cavallone che pareva una montagna, leardo moscato, di gran collo, di gran petto, forte di garretti e di groppa, bestia soda e potente, come usavano allora, da portare in arcione uomini vestiti di ferro.
Prima di mettersi in cammino, messer Bartolomeo disse a Pietro Gentile:
—Tu ora va innanzi con gli uomini; io seguirò ad una certa distanza. Vorrei procurarmi l’illusione di andare da solo. Così mi parrà di ritornare ai tempi che ero scolaro, e me ne andavo da casa, per i monti, allo studio di Pavia.
—Come volete, messere;—rispose lo scudiero.—Ma per rinfrescarvi.... e per rinfrescarci....
—Volevo ben dire se non pensavi a te!—interruppe il capitano Fiesco, ridendo.—Rinfrescherai gli uomini e te quante volte ti parrà necessario, o ti farà invito una frasca che t’abbia lasciato buon ricordo di sè. Ed anche ti fermerai in ognuno di quei luoghi ad attendermi: arriverò, berrò un sorso ancor io, e vi pagherò lo scotto. Quanto a rifocillarci, che te ne pare di Ruta? È a mezza strada; e di lassù si vede casa nostra; quasi se ne sente l’odore.
—L’odore della scuderia fa correr meglio il cavallo;—notò Pietro Gentile.
—Ci pensavo per l’appunto;—replicò il capitano.—Siamo dunque intesi. Andate, nel nome di Dio!—
La cavalcata si mosse, e Bartolomeo Fiesco la lasciò andare un bel tratto, fin che non ebbe passato tutto il sobborgo. Poi si mise a sua volta in viaggio, andando di portante lungo la sponda destra del Bisagno, fino al ponte di Sant’Agata, e di là per Terralba a San Martino d’Albaro. Nelle salite, s’intende, lasciava il portante, e prendeva il galoppo.