La strada di Levante faceva allora più sghembi che non ne faccia ora, con tanti mutamenti e allargamenti di vie provinciali. Ma non riusciva neanche troppo più lunga per l’uomo a cavallo, che fra trotto galoppo e portante non impiegava più di cinque ore dal ponte di Sant’Agata sul Bisagno a quello di Santa Maria Maddalena sull’Entella.
Felice come uno scolaro in vacanze, proseguiva il cavaliere la sua via. Non aveva più sopraccapi a molestarlo, e il cuore gli si gonfiava d’allegrezza. Guardia Gioiosa! Guardia Gioiosa! le tue torri erette, ancora tanto lontane, le vedeva egli con gli occhi del desiderio ad ogni svolta della strada romana, ad ogni radura di bosco, ad ogni squarcio di valle, a Quinto, a Nervi, a Bogliasco, tra gli smeraldi e le perle di quella cintura nuziale che il monte Fasce e il monte Moro, accigliati cavalieri, ma non altrimenti insensibili, sembrano offrire alle ninfe del golfo. Più in là Sori e la sua Pieve sbucavano occhieggiando dalle loro vallette tutte coperte di olivi, di limoni e d’aranci; ancora più in là si stendeva Recco, orgogliosa della sua valle più larga, dalle sponde ricche di pampini, dai gioghi vestiti di castagni e di roveri. A lui pareva di vedere per la prima volta quelle bellezze di terra, di mare e di cielo. E perchè no? Non era egli rinato, quel giorno, se usciva illeso da un grande pericolo? Grande, sì certamente. Andare a Pisa, ambasciatore e soldato, che si canzona? e col rischio, anzi con la certezza di doverci metter le barbe, di sostener magari un assedio, e d’esser pronto ad ogni sbaraglio! Bella cosa in altri tempi per lui: ma allora! allora, poi, Gioiosa Guardia e non più.
Alle osterie dove lo aspettavano i suoi balestrieri, beveva volentieri come un altro Passano. Amava classicamente il vino, pel colore, ancor più che non lo amasse pel sapore, quantunque al sapore non diniegasse giustizia. Al vino avrebbe fatto un inno in versi, se avesse avuto tempo, perchè in gioventù era stato poeta anche lui. Non potendo in versi, glielo faceva in prosa. E gli accadeva di lodarlo perfino cattivo, o mediocre; specie quel giorno, che ogni bicchiere gli segnava una stazione del viaggio felice, e pareva infondergli nuovo vigore alla corsa. Con che giubilo si mosse da Recco per la grande ascesa di Ruta, lasciandosi sotto, dalla sua destra, il grappolo delle case bianche di Camogli, sospeso come un nido d’alcioni alla rupe! Non c’era pericolo tuttavia che quel grappolo facesse un capitombolo in mare, essendoci laggiù per guardia, sovra una lingua di terra, il chiesone di san Prospero, niente disposto a gradire lo scherzo.
Oltre Camogli si dilungava in alto mare il promontorio di Portofino, vasto scenario azzurro che da Genova fin là gli aveva impedita la vista di Chiavari. Quel promontorio egli ricordava d’averlo corso tutto fino alla sua estremità, in una cui piega aveva visitato San Fruttuoso di Capodimonte, la vecchia abbazia il cui prospetto chiudeva tutta quanta la spiaggia, ma invitava ad entrare per i suoi porticati, tanto che c’entrava qualche volta anche il mare, quasi in atto di rivolere le barche, tirate là sotto dai pescatori a rifugio.
—Vedete quel Doria!—pensava egli, mentre sul colmo di Ruta, davanti all’osteria del Pavone, sbocconcellava il suo mezzo pollo. L’hanno intesa, la pace, come va preparata e goduta, fabbricando quella abbazia solitaria, dopo l’altra di San Matteo entro le mura della città rumorosa. L’hanno intesa, sì, ma per andarla a godere dopo morti. E nondimeno abbiano lode, per aver capita la vanità delle cure mondane. A che serve tanto combattere? a che serve esser signori di Genova, o di Pisa, o di casaldiavolo? Mi direte: se i tuoi maggiori avessero pensato come te, caro, non saresti qui ora a sgranocchiare un pollo, e a rinfrescarti l’ugola con un bel calice di vin di Vernazza, accanto al tuo Talavera, che pare il cavallo di Troia, fra i tuoi balestrieri che aspettano il tuo comando per rimontare in arcione; avresti forse di tuo una scure, e faresti il boscaiuolo nelle macchie dell’Appennino, felice abbastanza di poterti dissetare ad una scarsa fontanella, dopo avere inghiottito a forza due necci, o stancate le mascelle intorno ad una mezza pagnotta di pan vecciato. Adagio, Biagio! chiarirò il mio pensiero. Certamente l’uomo deve operare, industriarsi in qualche nobile impresa, combattere magari, a piedi e a cavallo; ma per l’onore della sua gente, per la grandezza e per l’utilità della patria. E ci fu un tempo, ci fu, che tutti si faceva così; e a chi non faceva così, a chi lavorava per sè, per guadagnar signorìa, i consoli spianavan le case, come a Fulcone di Castello buon’anima sua. Ma poi, che cos’è avvenuto? arraffa tu, che arraffo io. Se almeno quel che arraffiamo di qua ce l’avessimo a portare di là! Tanto severo è san Pietro! Con le persone lascerà passare anche le bazzicature? Oh, riveriti e potenti baroni, siate i ben venuti al refugium peccatorum. C’è appunto di là, ai primi posti, una panca vuota. Si farà presto a metterci anche uno stramazzo per voi “eccelsi, illustri et magnifici viri„. Ah sì, aspettatelo, che venga a parlarvi così! Badate piuttosto alle chiavi.—
Dopo Ruta, San Lorenzo alla falda del monte, e Santa Margherita in una insenatura del bel golfo Tigulio, e Rapallo nobilmente seduta alla spiaggia, in aspetto di città che attende maggiori destini, con la valle Christi laggiù a sinistra nel piano verdeggiante, e monte Allegro, ben degno del nome, là in alto. Grande azzurro di cielo, gran turchino di mare; una corona di monti che pare anfiteatro di giganti in Tessaglia: una valle che par quella di Tempe; uno specchio d’acque tranquille entro una cornice di maraviglie ridenti al sole, che dà l’idea d’un pezzo di paradiso; o sire Iddio, quante bellezze aggruppate! Ma il cavaliere non le guarda neppure: salta perfino Zoagli, gala di merletti pendente sullo sparato della costa di Leivi, non vedendo, non intendendo, non desiderando altro che un lido biancheggiante di là dalle case di Rovereto. Le fermate dei rinfreschi si son fatte più rade e più corte; anche il cavallone di Bartolomeo Fiesco va più franco e più rapido.
—O Talavera! o gran bestia!—gridava il cavaliere, più allegro che mai.—Tu sei maraviglioso d’intelligenza, quantunque ignorante di cosmografia quanto il personaggio di cui porti il nome. Ma che importa a te la cosmografia? Una cosa sai tu, e la sai bene; che a Gioiosa Guardia t’aspetta una bella scuderia, una buona strigliata, non senza la fortuna di una morbida mano che ti palpi il gran collo. Non è così, Talavera? E nitrisci, briccone! Nitrirei anch’io, se fossi nella tua pelle. Ma parlo, io, che quasi non posso star più nella mia; spando le mie parole al vento, per provare il gusto di sentirle, e sperando che un soffio ne arrivi laggiù, ripercuotendosi dietro la piega di quel monte, da San Pietro delle Canne a San Salvatore, da San Salvatore a Paggi, alla Gioiosa Guardia, al mio nido.—
Di monologo in monologo era giunto a Chiavari e alle rive dell’Entella. Sul ponte della Maddalena fece la fermata un po’ lunga. Era quella una sua divozione, di cui la contessa Juana non era gelosa, avendo imparato a rispettarla, anzi partecipandovi anch’essa. Un gran pellegrino era passato di là, e si era fermato ad ammirare la fiumana bella da quel medesimo ponte, durato intatto fino ai dì nostri. Ed era bello, il ponte della Maddalena; quasi bello come il suo fiume, che è tutto dire. Oggi l’hanno allargato, e credo, Dio ci perdoni, anche rintonacato.
—O padre Alighieri!—esclamò Bartolomeo Fiesco.—Tu ci sei passato, di qui, esule pellegrino; e li hai veduti, i miei maggiori, ed uno di loro hai fatto parlare nel tuo sacro poema. Li hai veduti, e certamente ti sei maravigliato che non sapessero contentarsi della potenza loro, già così grande, e sopra tutto non ne intendessero i veri uffici, che erano e sarebbero ancora, se non prendo abbaglio, di render prospero e felice un popolo affidato alla loro tutela, in mezzo a tanto sorriso di natura, a tanta benedizione di frutti, e del suolo e del mare. E non essi soltanto hai veduto fallire alle speranze della patria, che ancor oggi domanda rimedio a’ suoi mali; che “le terre d’Italia tutte piene son di tiranni, ed un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene„. Oggi come allora, e peggio d’allora. Quando sarà finita? Mai, se noi stessi, che la potenza aiuta e la storia ha confermati, non vogliamo dare l’esempio. Non vogliamo? È presto detto, e forse è più vero che oggi come oggi non ne abbiamo più il modo. Triste cosa, assai triste, vedere il bene ed esser travolti dall’onda prepotente del male. E poi? e poi verrà un’ondata più alta, più vasta, più forte, come quelle che ho viste io nell’Atlantico, che ci soverchierà tutti quanti, parte inghiottendo senza misericordia, parte restituendo alla luce del sole, ma istupiditi ed impotenti, raggomitolati sulla rena a piangere la comune miseria coi nostri nemici d’ieri, come noi mal ridotti, istupiditi come noi, impotenti come noi a rimettersi in piedi. “Ahi, serva Italia, di dolore ostello!„ Ma queste cose non pensa l’eccelso Gian Aloise; ed anche è inutile che le ricanti io, suo piccioletto parente. “Ei s’è beato, e ciò non ode„. Dategli Pisa; vuol Pisa, lui, per tenerla come tien Genova, col dubbio favore di questi, con la ostilità palese di quelli, coi mutabili umori degli uni e degli altri, dipendente egli stesso dall’autorità di un re straniero, le cui fortune posson crescere e calare, e se cresciute soffocarlo, se volte in basso trascinarlo nella caduta. Son questi i tuoi accorgimenti, eccelso Gian Aloise. Me ne son fatto fuori, quest’oggi, e torno alla mia pace, al sorriso del mio cielo e della mia donna. Ma durerà questa pace, per coloro che se ne mostrano degni, intendendola? E a noi, meno alti e meno ambiziosi rami del tronco di Lavagna, non toccherà d’essere involti nella rovina che a sè prepara il ramo maggiore? Perchè questo, o prima o poi, se le ambizioni crescono, avverrà senza fallo.—
Il monologo era riuscito quella volta un po’ lungo; ma il ponte della Maddalena lo meritava. Aggiungete ch’era l’ultimo. Bartolomeo Fiesco diè di sprone al cavallo; e Talavera, che non aspettava altro, spiccò un salto e prese subitamente il galoppo per la strada di San Salvatore e di Paggi, dove da un quarto d’ora lo avevano preceduto i compagni, sentendo anch’essi l’odore della mangiatoia, e non avendo in groppa nessun ammiratore di Dante. Giungevano inaspettati alla Gioiosa Guardia, con la bella notizia che li seguiva il padrone. Partito a bruzzico dal suo castello, messer Bartolomeo ritornava per l’ora di cena: gran fretta, sicuramente, ma anche un bel miracolo di galoppate. E fu accolto con le faci; suonò a festa la campana del battifredo; non mancò neppure una salve d’archibugiate.