Si facevano pazzìe per riceverlo; ma ne fece egli più assai alla vista della contessa Juana, che era discesa ad incontrarlo nel cortile.

—Allegro?—diss’ella, avvicinandosi alla staffa per istendergli la mano, che il cavaliere baciava, piegandosi tutto sull’arcione.

—Non vedi?—rispose egli, com’ebbe potuto compiere il rito.—È Talavera che fa il matto, sentendosi a casa. Talavera, gran bestia, non vedete la padrona, che ha pronta una carezza per voi?—

Il cielo era puro, e tutto scintillante di stelle. La brezza primaverile già raddolcita di qualche tepore pareva promettere le vampe dell’estate; e frattanto le destava nel cuore di Damiano.

—Donna mia dolce!—sussurrò il capitano Fiesco, prendendo Juana per la vita, e muovendo con lei su per le scale.—Lásciati amare; lasciami esser felice.

—Ah, ecco!—diss’ella.—Non è più Talavera, che fa il matto.

—No, cara, son io, io, proprio io, che ho voglia di saltare e di cantare, tanti sono i grilli che ho in corpo.—

Sorridente, amorosa, Fior d’oro lo accompagnò nelle sue stanze, dov’egli si tolse di dosso la polvere.

—Ed ora,—ripigliò la contessa,—ragioniamo un pochino, se è possibile. Vai?

—Dove?—domandò il capitano Fiesco, che aveva la mente a tutt’altro.