—Vecchia! che parola è questa? vecchia voi, dolce Juana?
—Ma sì, la cosa avverrà pur troppo, un giorno.
—Lontano, lontano, lontano!—gridò egli, accompagnando quella gran lontananza con molto sforzo di braccia.—E quando sarete.... cioè, quando non sarete più giovane, quando non sarete più giovane voi, pensate che sarò vecchio io, che d’anni n’ho più di voi, e parecchi.
—Io penso,—rispose Fior d’oro,—che la donna ha una giovinezza soltanto. L’uomo, quando non ha più l’età della grazia, ha ancora l’età della forza.
—Già, ci diventa un Ercole;—esclamò egli, facendo spallucce.—Lo vedo brutto quell’Ercole, che si prepara a rinnovar la serie delle sue immortali fatiche. Ma io farò meglio, vedete, io che non voglio passare una quinta volta le sue bugiarde Colonne. Guardate là, mia dolce Juana, a quella parete. C’è uno scaffale di noce, con una filza di novanta volumi. Non è una gran biblioteca, lo so; ma ce ne son di più piccole, e presso uomini più grandi di me. Gian Aloise, a buon conto, ce n’ha ottantatrè nel suo palazzo di Vialata; sette meno di me; ond’io mi stimo più ricco di lui. E tutti scelti, i miei, da Virgilio a Dante, col Canzoniere del Petrarca per giunta, e perfino il Canzoniere di Giusto de’ Conti, quello della Bella mano, che è il caval di battaglia di messer Filippino. Or dunque, veniamo a noi; pensiamo pure al giorno ch’io sarò vecchio, e voi.... non più tanto giovane. Quel giorno o quella sera, mentre voi farete la calza accanto alla gran tavola della caminata, io incomincierò a ripassare per voi tutti i miei volumi, e ve li leggerò ad uno ad uno. Tradotti, si capisce, ad aperta di libro, che i denari del latino non me li sono giuocati. Cari miei vecchi autori! Ce n’è uno che ha fatto un poema, si può dire, a bella posta per noi, tanto s’attaglierà al caso nostro il suo episodio più bello.
—E sarebbe?
—Ovidio, nelle libro ottavo delle sue Metamorfosi. C’è l’episodio di Filemone e Bauci, due sposini invecchiati l’uno accanto all’altro nella loro capanna, che poi fu tramutata dagli Dèi in un tempio di marmo e d’oro; ed essi continuarono ad amarsi, essendone i sacerdoti; ed ottennero di poter morire insieme, tramutati in due piante, un tiglio e una quercia, sul limitare del tempio.
—È una bella immaginazione;—disse Fior d’oro.—Non c’è altro di spiacevole che la tua deliberazione di rimandarne la lettura ai giorni della nostra vecchiaia. Perchè non leggere fin di stasera il grazioso racconto? Ne godrebbe anche la mamma, che è tanto felice di stare a sentire.
—Eh, perchè no?—rispose il capitano Fiesco.—Tanto, un nuovo capitolo dei Commentarii non l’avrò in pronto se non per domani sera.
—Ah, bene, bene!—esclamò Fior d’oro, battendo le palme con allegrezza infantile, mentre si avviavano alla caminata, dove li aspettava la mamma, ed anche la cena preparata.—Filemone, hai detto?...