—E questa sera gran lettura;—soggiungeva Fior d’oro.—Sai, mamma, che ci tradurrà da un poeta latino la storia di Filemone e Bauci? Si tratta di due, uomo e donna, che si sono amati per tutta la vita.

—Han fatto bene;—sentenziò madonna Bianchinetta.—Quando si può, è la cosa più bella del mondo. E voi li imiterete, m’immagino. Ma non dimenticheremo poi la storia del nuovo Mondo?

—Non dubitare, mamma;—rispose il capitano Fiesco.—Domattina mi metto a lavoro, e domani sera ne avrai un altro capitolo. Sai che la scrivo tanto volentieri. Ma che c’è? Visite ancora? Non ci sarebbe dunque più pace, a Gioiosa Guardia?—

Si sentiva infatti uno scalpitìo di cavalli nel cortile, su cui guardavano appunto le alte finestre della caminata. Polidamante fu mandato a vedere che diavol fosse.

Ecce iterum Crispinus,—borbottò il padrone di casa.—E dico Crispinus per attenermi al testo. Ma sarà poi Philippinus, che guasterà il verso a Giovenale, e la veglia a noi altri.—


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Capitolo VII.
“Dove amore non è, più nulla è il resto„.

Non era Philippinus, no; nient’altro che un cavallaro, un corriere, un messo, o che altro si voglia dire, mandato da Genova per portar lettere alla Gioiosa Guardia. Polidamante, sceso a pigliar lingua, tornava su tutto affannato, con un plico, fatto di quella grossa carta di filo, che già da un secolo e più si fabbricava a Voltri, sul far di quella che aveva dato fama per tutta cristianità alle cartiere di Fabriano.