—Sire Iddio, che letterone!—esclamò il capitano Fiesco, torcendo lo sguardo atterrito.

—Vedi?—notò madonna Bianchinetta.—Ci avrai da leggere un bel poco, e Filemone e Bauci dovranno aspettare.

—Chi manda la staffetta è Giovanni Passano;—diceva Polidamante in quel mezzo.

—Strano!—ripigliò messer Bartolomeo.—Ci siam visti mezz’ora prima che io rimontassi a cavallo. Che bisogno c’era di mandarmi un corriere alle calcagna?

—Questo, senza dubbio,—replicò sua madre,—di farti giunger notizie importanti, avute da lui subito dopo che tu eri partito. Ma c’è un modo di saper tutto;—soggiunse con un placido riso la veneranda signora;—aprire quel letterone, non ti pare?

—Ecco, fuman le dapi;—disse il figliuolo, niente persuaso della utilità di aprire il messaggio.—Rischiavo di seccarmi con Filippino bello, e già n’ero tutto rimescolato. E poichè da questo lato respiro, non voglio procurarmi altre noie per ora. Che cosa mi diceva il Passano, nel prender commiato? Che andava al banco di San Giorgio. Vorranno dunque esser filze di numeri, tutta roba da levar l’appetito. Ceniamo; e tu, letterone, aspetta.—

Il letterone ebbe riposo su d’una credenza, e il capitano Fiesco pensò d’aver pace a tavola. E volle ridere, volle scherzare, secondo l’uso; ma non gli veniva fatto come le altre volte. Credeva anche d’aver portato dal suo viaggio frettoloso una buona dose d’appetito; ma non fu nulla, ed egli mangiò poco, e bevette anche meno. Quel letterone, posato laggiù sulla credenza, gli pesava sull’anima.

Perchè poi tanto sgomento per due o tre pagine di scritto? Ecco qua; bisogna sapere prima di tutto che messer Bartolomeo Fiesco, dacchè aveva fatto ritorno alla casa de’ suoi padri, era diventato nervoso. Non già stizzoso, o di mala voglia, perchè quasi sempre era ilare; ma in mezzo a tanta allegria sentiva di tanto in tanto i brividi dell’uomo che ha paura, che teme o sospetta di qualche cosa che non sa, ma che sente venirsi addosso, o pender da un filo sulla sua testa, come la famosa spada di Damocle. Le visite sopra tutto gli urtavano i nervi, e pareva che si aspettasse sempre una seccatura enorme. In verità non aveva tutti i torti. O per recitar sonetti della Bella mano a sua moglie, o per mandar lui a Pisa, capitava messer Filippino assai più spesso del bisogno. Ed altri ancora, parenti come Filippino, o partigiani della gente Fiesca, o vecchi conoscenti, si affollavano a Gioiosa Guardia, per ossequiare, per visitare, per esplorare, sopra tutto per far discorsi inutili, tra i quali non mancava mai l’accenno alla vita operosa che doveva aver fatta il capitano Fiesco, e alla impossibilità che egli si contentasse della vita tranquilla, uniforme e noiosa del castellano. Volevano saper tutti quando ne sarebbe uscito, e come contasse di usare il suo tempo. Ond’egli aveva già incominciato a capire che si sarebbe stati assai meglio in un bosco, e ben fuori di mano, anzi ben fuori di quella regione, dove, o di qua dall’Appennino o di là, erano sempre castella dei Fieschi, con Filippini in moto, e parenti e conoscenti, e cacciatori e curiosi, cavallari, staffette e via discorrendo, fino alla consumazione dei secoli e della pazienza degli uomini. Quel letterone, frattanto! Che diavolerìa si nascondeva là dentro? Messer Bartolomeo, diventato più nervoso che mai, non se lo poteva levar dalla mente, lo sbirciava da lontano con occhio sospettoso, quasi temesse da un momento all’altro di vederne saltar fuori uno scorpione, una vipera, un basilisco; questo, anzi, più facilmente, essendo una bestia dell’araldico serraglio Fieschino.

—Morale della favola;—diss’egli ad un certo punto tra sè.—Imparate, o giovani, a non lasciar chiusa una lettera che abbiate ricevuta. Meglio è morire sul colpo, che patire un’agonia di due ore.—

E madonna Bianchinetta e Fior d’oro, che parevano essersi scordate di quel misterioso letterone! La cena era finita, la tavola sparecchiata, e del noioso messaggio nè l’una nè l’altra delle due donne faceva parola. Doveva parlarne lui, facendone nascer lui l’occasione. E l’occasione fu questa, di fare una giratina per la sala, di accostarsi a quella credenza, e di salutare il letterone con un grido di maraviglia.