—Oh, eccolo qua, il bossolo dei segreti. Prendi, Juana, mia dolce amica, aprilo tu, ch’io non lo leggo. Piacevole non è di certo; e ci sarà almeno questo di buono, che la sua prosa, passando per la tua bocca, avrà acquistato buon suono.—

La contessa Juana aperse, e lesse. Non faccia maraviglia che sapesse leggere. Fior d’oro certamente non leggeva ancora a Maguana, nella casa di Caonabo, suo terribil signore e padrone. Ma già leggeva a Xaragua, avendo presto imparata la lingua castigliana. Aveva seguitato a leggere alla Giamaica, e poscia in viaggio, imparando via via l’italiano, e continuandone con mirabil profitto lo studio in Gioiosa Guardia. La Corinna di Haiti aveva ingegno potente; le cognizioni a lei nuove della civiltà europea erano venute insieme coll’esercizio di quelle due lingue, fondendosi, estendendosi, formandole un nuovo tesoro, dandole quasi un’anima nuova.

Per contro, aveva abbandonato assai dell’antica, o forse l’aveva sepolto nel profondo. Più non toccava il maguey dal malinconico suono; nè meditava più, nè cantava più l’areyto in cui era maestra. L’ultimo era stato quello di Cahonana nell’atto di partirsi per sempre dalla sua isola natale. Bene sulle rive dell’Entella s’era provato Damiano a chiederle la grazia d’un canto nella lingua d’Itiba. Ma ella se n’era schermita.

—Bambino amato, non esser cattivo; dolce signore, non esser tiranno. L’areyto era la gioia di un popolo semplice e buono, che sapeva appagarsi dei frutti della mia povera mente. La poetessa dell’areyto è morta insieme col suo popolo; perchè vuoi tu risuscitarla, se non hai forza di ritornarle in vita il suo popolo? Con altro nome rivive Anacoana; rivive per miracolo d’amore e di gratitudine. Ti ho amato, conte Fiesco, dal primo giorno che ti ho conosciuto; sarei morta coi miei poveri sudditi, amandoti e benedicendoti. Tu hai voluto ch’io vivessi, e la mia vita è diventata cosa tua, poichè tu l’avevi salvata. Tua regina, o tua serva, ogni condizione mi è buona; comandarti mi è dolce, obbedirti ancor più. Ma ti prego, una cosa non chieder da me; non chieder la voce che piacque a tanti infelici, la cui sorte è il segreto tormento dell’anima mia. La voce di Itiba è morta; ed io soffro già tanto, sforzandomi di dimenticare quei giorni! Dunque, se m’ami davvero....

—Dunque più nulla;—aveva detto Damiano, troncandole la frase.—La bella bocca che diceva le belle canzoni, io la suggello coi baci.

—E ti basti,—aveva ella risposto,—pensando che il cuore trabalza, venendo ad incontrarli sul labbro. Piacerebbe a te di narrarmi il tuo passato? Nè io, bada, chiederò mai di conoscerlo. Che colpa avresti ai miei occhi, se dal giorno che m’hai conosciuta il tuo cuore è stato mio, intieramente mio? Quanto a me, conte Fiesco, ho un passato, e tu lo conosci: ebbi un fiero padrone, che ho rispettato; n’ho uno assai cortese, che adoro. Tra l’uno e l’altro è il dolore d’una patria morta, a cui non gioveranno i miei pianti, ma a cui dobbiamo usare entrambi la pietà del silenzio.—

Il conte Fiesco riconobbe che sua moglie aveva ragione, e non chiese più nulla di quelle arti gentili di cui ella era stata maestra in Haiti. La cultura della contessa Juana si faceva del resto così profonda e così vasta nelle discipline europee, che veramente non era più necessario tornare col desiderio a prove antiche d’ingegno, le quali avevano il torto di destare in lei troppo dolorosi ricordi.

Or dunque, ritornando al racconto, la contessa Juana aperse il plico, e lesse; anzi tutto una lettera di Giovanni Passano, che diceva così:

Magnifico Signor mio e padrone osservandissimo,

“Vi parrà strano che appena partito Voi per la Gioiosa Guardia io abbia da mandarvi il messo, come il cacciatore sull’orma. Così è piaciuto a Dio, dal quale vengono le fortune tutte e disgrazie di questo mondo, con che egli sperimenta le sue creature. Ma questa volta è misericordia sua e gran favore che sia evento piacevole, come io ben credo, trattandosi di lettera che Vi scrive l’uomo che più amate e venerate dopo il supremo dator di ogni bene.