“Sappiate adunque che, mentre Voi andavate verso porta di Santo Stefano glorioso, io me ne andai al magnifico Banco di San Giorgio per collocare il denaro che eravamo rimasti d’intesa. E là mi avvenni per singolar fortuna nello spettabile iureconsulto messer Nicolò di Oderigo, che scendeva allora dallo scalone. Umanamente mi salutò, e mi chiese di Voi, che tanto desiderava incontrarvi. E gli dissi che appunto eravate giunto questa mattina, ma per stare sull’ali e ripartire; che anzi a quell’ora certamente andavate passando il ponte di Sant’Agata benedetta. Mostrò dispiacere di tal contrattempo, perchè aveva ricevuto lettera di Castiglia per Voi, e a me la diede, commettendomi di spedirla al più presto. E sì m’aggiunse il prefato messer Nicolò: “ignoro che cosa sia detto in tal lettera, avendola sigillata senza leggere; ma se somiglia ad altra per me ricevuta, certo è fatto di somma importanza, e merita che il vostro signore e parente subito la tenga in sue mani„. Al che risposi non dubitasse, che avrei fatto ogni diligenza, siccome ero pronto, anche partendo io medesimo.

“Non fu mestieri di ciò, avendo io trovato Battistino di Certénoli, che si disponeva appunto a partire. Io solo gli ho fatto e faccio raccomandazione di non fermarsi troppo a tutte le frasche, più che non avvenga a me quando vengo a trovarvi. Ed egli, saputo esser ciò per Vostro servizio, promette e giura, se Voi non correte più di lui, di raggiungervi ancora in cammino. Quanto a messer Nicolò di Oderigo, richiesto da me che cosa fosse scritto a lui, per darvene contezza, risposemi queste parole: “Il nostro eccelso concittadino spera e dispera ad un tempo: è come un naufrago, che può toccar terra con l’aiuto di Dio, o andare sommerso nel profondo del mare. Egli è tanto disgraziato come grande„.

“Messer riverito, io vi prego di star bene, e bacio umilmente le mani a madonna Bianchinetta e a madonna Fior d’oro mia nobil cognata; che veramente io non mi risolverò mai di chiamarla suocera, contro ogni apparenza di ragione. Bianchina mia a voi tutti si raccomanda.

“Di Genoa, li 6 marzo anno Domini 1506.

“Johannes Paxano.„

Il capitano Fiesco era stato a sentire con una certa curiosità la prima parte della lettera di Giovanni Passano. Alla seconda, ricominciò a non poter più star fermo sulla sedia, tanta era l’agitazione che gli entrava addosso; agitazione a cui partecipava l’animo di Fior d’oro, com’era dimostrato dall’andar più spedito, quasi convulso, della lettura.

—All’altra! all’altra!—gridò messer Bartolomeo, com’ella ebbe finita la prima.—Che sarà mai, mio Dio, se un uomo grave e tranquillo come il dottore Oderigo si mostra così sgomentato per la sorte del nostro grand’uomo?—

Fior d’oro prese allora la seconda lettera, e con molta reverenza ne lesse la soprascritta, in lingua spagnuola: “Al muy virtuoso Señor micer Bartholomè Fresco„; poi ruppe il suggello, aperse il gran foglio, e lesse il contenuto, scritto in lingua italiana, mescolata di forme spagnuole e latine, di questo tenore:

“Virtuoso amico.

“Iddio nostro signore ha disposto che quando la creatura è nel fondo delle afflizioni, ella a Lui abbia ricorso e in Lui solo confidi: ma non è senza suo consiglio che ella si volga agli amici, nei quali è come un raggio in terra della sua eccelsa bontà. Tra i miei mali ho questa sorte, che ancora qualche anima mi resti fedele. Ma perchè i pochi che mi amano son tutti lontani da me?