—Che mi parli tu di Pisa?—proruppe Fior d’oro.—Non ci sei andato, finalmente. E laggiù, dov’egli soffre, dond’egli chiama soccorso, il debito nostro è di andare senza indugio. Non gli debbo ancor io qualche cosa? Ma lasciami leggere il resto; son poche righe ancora;—soggiunse ella, sforzandosi d’apparire tranquilla.
E proseguì, sebbene con voce alterata, la dolorosa lettura.
“Domando forse troppo? Vi conosco, fedele amico dei lieti giorni come dei tristi, e penso che ciò non sia. Avendovi presso, di due cose una mi verrà bene ad ogni modo. O mi rifiorirà la speranza, poichè avrete ottenuto Voi ch’io parli un’ultima volta al re; e Voi solo potrete ottenerlo, che foste ricevuto da lui, e congedato con buone promesse. Dovrà ricordarle, vedendovi; e forse egli sentirà rossore di ciò che fa, per mio danno ed onta sua. O non otterrete nulla neppur voi? Sarà segno ch’io non debbo aspettare più nulla dal mondo, se non questo, che Voi mi chiudiate gli occhi al gran sonno. In questo caso sarete ancora il ben venuto al mio fianco; nell’ultim’ora della mia triste vita mi sarà dolce l’aspetto della città dond’io venni, e nella quale son nato.
“Ricordatemi, ve ne prego, alla nobil signora che allieta i giorni del vostro riposo, e che ha tanto da perdonarmi anche lei. Ma io veramente non sono in colpa, e fu con buono intendimento tutto quello che feci. Iddio mi aveva guidato laggiù; gli uomini malvagi hanno guastata l’opera di Dio, come già aveva fatto il maligno, sotto forma di serpente, in quel beatissimo Eden, di cui mi sembrò l’imagine sulla terra di Haiti. E ancora salutate per me il virtuoso messere Gian Aloise con la sua signora madonna Catalina. Dite loro che mi perdonino, se non ho più date nuove di me, che liete e degne di loro non n’ebbi più da gran tempo. Neanche, per dirvi tutto, ebbi comodità di scrivere, negli umili alberghi per cui mi vengo tramutando, poverissimo come sono, e spesso costretto ad accettar prestito da qualche anima buona. Non che per iscrivere una lettera e dar beveraggio a chi la porti, non ho il più delle volte una “bianca„ per l’offerta in chiesa. Le mie rendite sono a San Domingo, e le tiene e le gode il gran commendatore d’Alcántara, che Iddio non vorrà dimenticare, nella sua forza e sapienza infinita, mentre io sono sventurato come vi dico. Ho pianto molto in mia vita sugli altri; su me piangerà presto la terra, se ancora ha senso di carità, se ancora v’è in pregio la verità e la giustizia. E vi tenga Nostro Signore nella sua santa guardia, con tutti coloro che amate; poichè, vi ripeto, dove amore non è, più nulla è il resto.
“De Segovia, a 20 de febrero 1506.
“El Almirante mayor del mar Oçeano
“Visorey y Gobernador general de las Indias, etc.
S.
S. A. S.
X. M. Y
Xp̃o FERENS.
I titoli non mancavano mai, nelle lettere di Cristoforo Colombo. E potevano far sorridere gli sciocchi, e far piangere gli assennati, pensando che l’almirante maggiore dell’Oceano, il vicerè e governatore delle Indie era povero in canna, spesso nelle osterie, dov’era costretto a prendere i suoi pasti, non avendo di che pagare lo scotto. Quanto alla sigla che aveva sostituita alla firma, gli amici suoi sapevano che cosa volesse dire. Così l’aveva egli solennemente descritta nel suo testamento e istituzione di maggiorasco, del 22 febbraio 1498: “...... don Diego mio figlio e tutti i miei successori e discendenti, come pure i miei fratelli Bartolomeo e Diego, porteranno le mie armi quali le lascierò dopo morte, senz’aggiungervi alcun’altra cosa, e saranno scolpite sul lor sigillo. Don Diego mio figlio, o chiunque erediterà i suoi beni, andando al possesso dell’eredità, segnerà con la firma di che ora mi servo, che è una X con sopra una S, una M con sopra un’A, ed una S più in su, e quindi una Y sormontata da una S, colle linee e punti giusta il mio costume„. Ma la descrizione non essendo ancora l’interpetrazione, bisognerà soggiungere quella che n’hanno tentata i moderni eruditi, ricordando che Cristoforo Colombo, a detta del figlio Fernando nella sua Historia dell’Almirante, “se alcuna cosa aveva da scrivere, non provava la penna senza prima scrivere queste parole: Jesus cum Maria sit nobis in via„. Così avendo egli mutata la firma dopo le dignità ottenute, formò la sigla misteriosa, che si può sciogliere naturalmente in questo modo: Salva me Xristus, Maria, Yosephus. Quanto all’ultima linea, Xristoferens, mezzo abbreviato, è l’istesso nome di Cristoforo, portatore di Cristo, come anche dimostra la nota iconografia di quel santo, col famoso distico leonino e maccheronico che suol richiamare alla mente.
—Ed ora,—disse Fior d’oro, nell’atto di ripiegare il foglio,—sosterrai tu che io non debba seguirti? Vedi, egli vuol chiedermi perdono, non essendo in colpa di nulla. Io, io debbo portargli una parola di riconoscenza per me, con le benedizioni del mio popolo, ch’egli amò tanto, ch’egli avrebbe reso felice, se gli uomini malvagi non ne avessero attraversati i disegni.