Così restò don Garcìa, e la nave Paradiso si allontanò senza di lui dalla spiaggia di Chiavari. Fortunata, aveva anche il vento in fil di ruota, che, avendo preso a soffiar nella notte dalle gole di Sestri Levante, doveva accompagnarla fino oltre la punta di Portofino. Di là da Capodimonte, lo ebbe di fianco, ed era tramontana schietta: ma la tramontana era anche più favorevole del vento in poppa, perchè si poteva serrarla con tutte le vele, navigando al gran largo, che è la più gloriosa maniera, ed allarga altrettanto il cuore del capitano, che ha fretta di giungere al porto.
La nave non volendo toccar Genova, era rimasto a terra e per via di terra sarebbe tornato a casa il Passano.
Ora, mentre egli usciva da Gioiosa Guardia, dove era andato a prendere un cavallo dalle scuderie, indovinate chi gli passò davanti agli occhi, tra Paggi e San Salvatore. Il capitano Fiesco ci avrebbe dato alla prima. Messer Filippino? Lui, sicuramente, lui, che aveva trovato un altro buon pretesto, di andare in Fontanabuona, per passare davanti al castello del suo amato parente, fermarsi un tratto ad ammirare la contessa Juana e sospirarle un sonetto.
—Io arrivo, e voi partite?—diss’egli, facendo la bocca dolce.
—Sì, parto, come vedete, messer Filippino.
—E i miei buoni parenti stanno bene?
—Benissimo,—rispose il Passano,—e in via per la Spagna.
—Per la Spagna!—ripetè Filippino, stupito.—Il mio caro cugino, che non si voleva più muovere.... per nessuna ragione!...
—Eh, capirete, messere; quando si trattava di andar solo. Ma ora va accompagnato.
—Accompagnato!—ripetè Filippino, sgranando gli occhi, e impallidendo un pochino.