—Già, con la dolce consorte. Beato lui, che può portarsela allato come la sua buona spada. Io, poveraccio, vado e torno ad ogni tanto, sempre costretto a lasciare la mia sposina a Genova. È vero che i miei viaggi son brevi.—

Messer Filippino non gli dava più retta. Che importava a lui delle pene maritali di Giovanni Passano?

—La contessa con lui!—esclamò.—E quanto rimarranno?

—Questo non saprei dirvi io, messere. Nè credo che lo sappia madonna Bianchinetta. Ma potete provare a domandargliene.

—Veramente, non contavo di entrare, questa volta. Ho da fare a Santo Stefano....

—Allora, buon viaggio, messer Filippino.

—E a voi, messer Giovanni, a voi.—

Giovanni Passano toccò il cavallo, che subito prese il portante, andando verso la Maddalena.

—M’è rimasto di stucco:—diceva il Passano tra sè.—Che fastidioso uomo è costui! Ed ora, se Dio vuole, per la prima volta non gli parrà Gioiosa, la Guardia.—

Aveva dato nel segno. Messer Filippino c’entrò, mezzo per consuetudine, e mezzo per curiosità, volendo sapere, se gli veniva fatto, come e perchè fossero partiti i due coniugi, e quanto sarebbero rimasti lontani. Ma la Gioiosa Guardia, dove più non era la contessa Juana, gli parve triste, desolata come un nido vuoto. Anch’egli doveva pensare quel giorno, ma con altra intenzione, quello che Cristoforo Colombo aveva scritto all’amico: “Dove amore non è, più nulla è il resto„.