Capitolo VIII.
Dolenti note.
Non avendo speranza di leggere un altro capitolo dei Commentarii di messer Bartolomeo Fiesco, che se ne va con buon vento alle coste di Spagna, cercheremo di dir noi brevemente quanto sarà mestieri conoscere dei casi di Cristoforo Colombo, ritornato che fu dal suo quarto viaggio di scoperta, e della condizione tristissima ond’egli era stato consigliato a scrivere la dolente sua lettera al virtuoso capitano. Dovremo per ciò ritornare un passo indietro (e sian pur molti, a patto che non paian più d’uno) fino alla partenza del signor Almirante dall’isola Giamaica, dove il fedel Diego Mendez gli aveva condotto un naviglio, e il perfido Ovando, non potendo più oltre ignorare lo stato del grand’uomo, gliene mandava un altro, che finalmente si era risoluto di trovare.
Su quei due navigli s’imbarcavano i fedeli dell’Almirante e i pentiti seguaci del Porras, facendo vela il 28 giugno 1504, dopo un anno e quattro giorni di forzata inerzia nel villaggio galleggiante sulla spiaggia di Maima. Ancora non si era chetato lo sdegno degli elementi contro il magnanimo nocchiero, che primo aveva osato sfidare i flutti dell’Atlantico; e le correnti fortissime tra la Giamaica e la Spagnuola diedero assai travaglio alle navi, che solo il 13 agosto afferravano il porto di San Domingo. Col livore nell’anima e col sorriso sulle labbra, accolse don Nicola Ovando l’aborrito Colombo; gli profferse ospitalità nel palazzo del governo, e mostrò di volergli usare ogni maniera di cortesie. Quella era la pace dello scorpione, come si diceva con energica frase intorno al signor Almirante; e non senza ragione, poichè il gran commendatore d’Alcántara, ch’era lo scorpione in discorso, mentre faceva la bocca dolce al suo ospite, metteva in libertà il Porras, che questi aveva condotto prigione, unico escluso dal perdono concesso ai ribelli, come quegli che li aveva istigati e spinti alla prova delle armi. Non pago di ciò, don Nicola Ovando parlava di voler fare egli stesso un’inchiesta di ciò ch’era avvenuto alla Giamaica, sostituendosi audacemente all’autorità del signor Almirante, e usurpando il diritto dei reali di Spagna, ai quali si spettava, se mai, di rivedere il processo e di far piena giustizia. Ma qui il signor governatore non andò oltre la minaccia, che forse aveva fatta per giustificare lo scarceramento del Porras, ed anche per fare dispetto al suo ospite e indurlo ad abbreviare i termini del suo soggiorno a San Domingo.
Messer Cristoforo non voleva già rimanere a lungo in quel triste luogo, dove i segni dello sgoverno e della rapina erano troppi e troppo evidenti; dove ancora non tacevano gli echi delle orribili carneficine che avevano funestata da un capo all’altro la povera Haiti; dove infine non c’era verso di ottenere alcuna soddisfazione delle sue rendite, e nemmeno un’ombra di conti. Al signor governatore aveva oramai restituito il naviglio, e un altro ne aveva acquistato del suo. E per tal modo, su due legni proprii, come un privato armatore, riconduceva in Ispagna tanti servitori della Corona, che per Castiglia e Leone avevano due anni intieri messa a bei rischi la pelle. All’Ovando e al soggiorno di San Domingo lasciava ancora tutti i ribelli del Porras, che il signor governatore li premiasse pure secondo i gran meriti loro, e magari li facesse del suo consiglio di governo. Ed egli, co’ suoi due legni, si mise alla vela il 12 di settembre.
Qui subito incominciò la disdetta. Avevano fatte appena due leghe di cammino, che sulla nave dell’Almirante si spaccò per lungo l’albero di maestra, dalla vetta fino in coperta. Buon legno, e stagionato, anche tu? L’Almirante passò sulla seconda nave, che era sotto il comando dell’Adelantado, e rimandò a San Domingo la caravella inservibile. Si veleggiava con buon vento, e i cuori si riaprivano alla speranza; quand’ecco, il 18 ottobre, una terribil fortuna di mare, che mette l’unica nave in pericolo. Se n’esce sani, e torna il mare in bonaccia; ma il giorno appresso, in quella gran calma, e quasi non lavorando le vele, si spezza in quattro l’albero di maestra.
—Piove sul bagnato!—si contentò di dire l’Adelantado, che tosto, consigliato dal fratello, a cui la gotta non consente di lasciare il giaciglio, prende un’antenna di rispetto, ne fa un piccolo albero, fortificandolo di legname preso dai castelli di poppa e di prora, strettamente lega ogni cosa con gran giri di fune, e vi adatta la vela. Si naviga ancora verso levante, ma incappando presto in un altro fortunale, che porta via l’albero di trinchetto. In tal guisa l’Atlantico rabbioso dava congedo al suo domatore: e in tal guisa, fatte settecento leghe di mare e d’angoscia indicibile, nella mattina del 7 novembre il legno disalberato afferrava San Lucar di Barrameda, donde il signor Almirante, sfinito da due anni e mezzo di continui travagli, tormentato dalla gotta e più dal pensiero della umana malvagità, si faceva trasportare a Siviglia.
Sperava di trovar pace colà, e di ricuperare tanto di forze da potersi condurre a Medina del Campo, dov’era allora la Corte, necessariamente un po’ nomade in quel primo periodo di ricostituzione del regno. Ma non ricuperò punto di forze, non avendo trovata la pace, bensì in gran disordine le cose sue, poichè dal tempo della sua prigionìa, avendo il Bovadilla preso possesso della sua casa e delle sue sostanze in San Domingo, non pure non gli pagavan le rendite, ma non erano state neanche esatte con la debita puntualità, e quel tanto che se ne veniva raccogliendo restava nelle mani del governatore. Ond’egli, un mese dopo l’arrivo a Siviglia, scriveva al figliuol suo Diego, ch’era paggio alla Corte: “Il governatore m’ha crudelmente trattato. Mi dicon tutti che io là posseggo undici o dodicimila castigliani; ed io non ne ho avuto un quarto„. Si aggiunga che quel quarto gli era servito a comperar le due navi, per portare in Ispagna tanti buoni servitori della Corona, che ancora un mese dopo l’arrivo a San Lucar di Barrameda non avevano ricevuto il soldo di due anni e mezzo di onorati servizi; e a lui si volgevano, chiedevano denari a lui, che non ne aveva per sè.