Nè solo scriveva al figliuolo che perorasse per lui e per la giustizia; scriveva al re, scriveva alla regina. Ordinassero che fosse dato il soldo a quella povera gente; comandassero all’Ovando di fargli pagare senza indugio il dovuto, perchè, senza una lettera regia, nè quegli si sarebbe mosso, nè gli stessi agenti dell’Almirante in San Domingo avrebbero ardito aprir bocca; provedessero finalmente, in guisa che meglio fossero amministrate laggiù le rendite della Corona; al qual proposito bastava accennare che una immensa quantità d’oro si ammonticchiava in mal costrutte case, esposte di continuo alla rapina, al saccheggio. Aveva risposte, ma fredde, che lo rimandavano di giorno in giorno, anzi peggio, di mese in mese. Erano andati alla Corte del re Ferdinando e della regina Isabella, i suoi due fidati amici, Diego Mendez e Alonzo Sanchez di Carvajal, ricevendo anch’essi un sacco e sette sporte di buone parole. Più non poteva fare la regina, inferma, da parecchi mesi inchiodata in un letto: più non voleva fare il re, largo promettitore, non senza un’aria di canzonatura, che tirava, sia detto col rispetto dovuto a su’ Altezza reale, che tirava i ceffoni. Intanto, trionfava il Porras, parente in quel brutto modo che sappiamo al regio tesoriere Morales. E il re Ferdinando a tutte le sollecitazioni del povero infermo di Siviglia mandava a rispondere: “si vedrà, si farà quanto è dovuto, e più ancora„; la regina Isabella, in cui era riposta l’ultima speranza dello sventurato Colombo, la regina Isabella moriva.
Povera donna, infelice regina, che non aveva avuto in tutta la sua vita fortunosa un’ora di pace! Abbiamo narrate le vicende della giovinezza di lei, e come le paresse liberazione andar moglie a Ferdinando d’Aragona. Ma proprio allora incominciò la prigionia, non della persona, bensì dell’anima generosa, del cuore pietoso d’Isabella di Castiglia e Leone. Le istesse gioie della maternità, che consolano tante donne d’un nodo malaugurato, volsero in lutto per lei. Le era morto l’unico maschio, il principe Giovanni; morta la diletta figliuola Isabella, e il figliuoletto di lei, don Michele; restava Giovanna, misera creatura che doveva rimanere nella storia col nome di Giovanna la pazza, maritata all’arciduca Filippo d’Austria, bel giovane e dissoluto, che la rendeva infelice vivendo, e doveva lasciarla infelicissima, morendo un anno di poi. Di tutti questi dolori materni nutriva Isabella i suoi anni maturi; e d’altri ancora, onde la colmò di continuo l’indole avara e tiranna del suo consorte e signore. Quell’astuto Aragonese, che, lei morta appena, sarebbe passato a seconde nozze con una principessa francese, non era fatto davvero per darle allegrezza della vita e del regno. E cercò sempre, la nobil donna, di nascondere al mondo la sua infelicità; fece quanto potè, anche in punto di morte, per esser creduta la più felice delle mogli.
“Che il mio corpo (diceva ella nel suo testamento) sia seppellito nel monastero di San Francesco, nell’Alhambra della città di Granata, in un modesto sepolcro, senz’altro monumento che una semplice pietra, su cui sarà scolpita l’iscrizione. Desidero nondimeno, ed ordino, se il re mio signore s’eleggesse sepoltura in una chiesa, o monastero, in alcun altro luogo o parte de’ miei regni, che il mio corpo sia pur tramutato e sepolto accanto a quello di Sua Altezza; per forma che la unione di cui abbiamo goduto in vita, e di cui speriamo la Dio mercè che le anime nostre godranno nel cielo, possa essere raffigurata dalla unione dei nostri corpi in terra.„
Isabella moriva il 26 novembre del 1504, a Medina del Campo, in età di cinquantaquattro anni. Il grand’uomo ch’ella aveva protetto, intendendone l’ingegno e la missione divina, trattenuto dalla sua infermità nelle mura di Siviglia, non aveva potuto rivederla un’ultima volta: neanche gli fu dato di conoscer subito la notizia della morte di lei. Sapendola aggravata dal male, e desideroso di recarsi al suo letto d’agonia, non aveva trovato mezzo di trasporto più adatto d’una lettiga che i canonici di Siviglia avevano usata poco prima per trasportare la salma del cardinal di Mendoza. Ma i canonici temevano per il fatto loro, che non andasse guasto o perduto; e l’istesso giorno che Isabella moriva a Medina del Campo, si faceva in Siviglia tra quei canonici e il “vicerè delle Indie„ un regolare contratto per l’affitto di quella lettiga, di quella bara, restando mallevadore don Francesco Pinedo, tesoriere della marina, che la strana vettura sarebbe stata restituita. Già era per salirvi il dolente; ma le trafitture del suo male e lo straordinario rigore della stagione non gli permisero di mandare ad effetto il suo divisamento.
La morte d’Isabella era il colpo di grazia al grande infelice. Viva la regina, si poteva sperare ch’ella fosse un giorno e l’altro per vincer l’animo iniquo di Ferdinando; e ad ogni modo si poteva esser certi che la regia fede sarebbe stata mantenuta, com’era scritta in forme solenni. Lei morta, le ragioni di Cristoforo Colombo, lasciate così a lungo sospese, sarebbero state sicuramente disconosciute, e le speranze deluse. E ancora tentava, scrivendo lettere su lettere, mescolando le umili supplicazioni alle giuste querele. Nella primavera del 1505 tentò per lui don Bartolomeo suo fratello di ottenere a voce quello che per iscritto non si era potuto fin allora. L’Adelantado conduceva seco il secondo figliuolo dell’Almirante; savio e costumato adolescente, allora nei diciassette anni, che aveva partecipato alle fortunose vicende del quarto viaggio. Si chiamava Fernando, l’adolescente; Fernando, come il re; ma non gli valse altrimenti che ad ottenere un altro sacco di buone parole.
Un filo di speranza era venuto al signor Almirante dalla notizia che Diego di Deza, il dotto domenicano, allora vescovo di Palencia, ma innalzato ad arcivescovo di Siviglia, sarebbe rimasto alcun tempo alla Corte. Diego di Deza era stato l’unico dotto, e perciò l’unico sostenitore di Cristoforo Colombo, nel famoso consiglio degli indotti di Salamanca. Non avendo potuto persuadere i suoi ostinati colleghi, era pure tornato utile al navigatore genovese, consigliandolo a restare in Castiglia, aspettando una migliore occasione di vincere. Queste cose, che tanto onoravano il Deza, mandò a ricordargli Cristoforo Colombo: ma è da credere che l’arcivescovo di Siviglia non potesse far più, per l’amico, nessuno di quei buoni uffici che aveva fatti il lettore di filosofia del convento di San Domenico in Salamanca. Un altro amico parve la man di Dio allo sventurato Colombo, quando se lo vide comparire in casa, in quella medesima primavera del 1505. Quell’amico era Amerigo Vespucci, che al tempo del terzo viaggio di Cristoforo Colombo al nuovo Mondo, era stato con Alonzo d’Ojeda alle Antille, in quella spedizione che fu il primo colpo dato da re Ferdinando ne’ suoi patti solenni coll’Almirante maggiore del mare Oceano e Vicerè governatore generale delle Indie. La conoscenza di Amerigo Vespucci con Cristoforo Colombo era anche più antica, poichè il Vespucci era stato computista presso il fiorentino Giannotto Berardi, ricco negoziante in Ispagna, il quale appunto aveva dovuto dare una sua nave alla grande spedizione dell’Almirante, allora per l’ultima volta in auge presso la Corte spagnuola.
Di lui scriveva l’Almirante al figlio Diego, il 3 febbraio 1505: “.... Ho parlato con Amerigo Vespucci, latore della presente, chiamato dal re per affari di navigazione. Egli ebbe sempre desiderio di compiacermi; è uomo molto dabbene; la fortuna gli fu avversa, siccome a molti altri; i suoi lavori non gli profittarono come ragione voleva. Parte assai ben disposto per me, e bramoso, se gli è possibile, di fare qualche cosa che mi sia utile. Io di qui non so di che potrei incaricarlo, perchè ignoro che voglia da lui la Corte; egli va, determinato di fare per me quanto gli sarà possibile. Vedi in che può servirmi, e adóprati a questo proposito, poichè egli farà ogni cosa; parlerà e metterà tutto in opera; ma tutto sia segretamente, a fine di non destar sospetti contro di lui. Io gli dissi quello che potei circa le cose mie, e lo informai della ricompensa che mi ebbi ed ho per le mie fatiche„.
La lettera era bella, e doveva infiammare il giovine Diego Colombo di nobilissimo zelo a servire il buon Amerigo, che certo si adoperò per l’amico, e da amico lo servì, dando il suo nome di battesimo a quella parte del mondo, che senza l’ingegno, la costanza, la intrepidità del navigator genovese sarebbe rimasta Dio sa quanto ancora sconosciuta, ma sicuramente di là dagli anni di vita concessi dalla natura al buon messere Amerigo. Non ci ebbe colpa, dicono, nella faccenda del nome; fu un capriccio della gran matta, il giorno che, sollevata un pochino dagli occhi la benda famosa, lesse a caso il nome del Vespucci sopra una carta delle terre di recente scoperte da un altro.
Il quale seguitava ad illudersi; come s’era illuso, quando, ritornate da San Domingo alcune navi cariche d’oro per la Corona, della parte dovuta all’Almirante non portarono nulla, e dovevano esserci per lui almeno settantamila scudi; come quando, essendo mossa questione di far partire per il nuovo Mondo tre vescovi, indarno richiese che fosse ascoltato il suo parere prima di eleggerli. Questa, per altro, era stata ingiuria troppo grave alla sua dignità, e non aveva saputo tollerarla. Infermo com’era, proponendosi di andare a Segovia, dove allora si ritrovava la Corte, a far dimostrazione del suo desiderio di farla finita con tante tergiversazioni indegne di un re, come con tante offese al suo buon diritto, aveva chiesto per lettera il permesso di servirsi d’una mula per il viaggio, non potendo sopportare lo scuotimento del cavallo. È qui da sapere che il troppo frequente uso dei muli aveva fatto trascurare in Ispagna l’allevamento dei cavalli; onde già il re Alfonso XI aveva proibito l’uso dei muli per cavalcatura. Il divieto era stato mitigato in processo di tempo, ma poi rimesso in tutto il suo vigore dal re Ferdinando, che l’andare a dorso di mulo permetteva soltanto agli ecclesiastici, alle donne, ai fanciulli. Incomportabili angherie pei tempi nostri; ma allora un re poteva tutto quel che voleva; e a volere non mancavan pretesti.
La licenza, chiesta da Cristoforo Colombo negli ultimi giorni del 1504, non fu accordata se non il 23 febbraio dell’anno seguente. Il re Ferdinando, evidentemente seccato dall’idea di quella visita, aveva trovata quell’altra rémora, per allontanarsene quanto più potesse la noia. Forse ricordava il proverbio: “piglia tempo e camperai„. Tante cose potevano accadere in due mesi! E ancora fu servito dalla mala ventura del suo Almirante maggiore, a cui le pioggie rovinose di quell’inverno avevano guaste le strade, di guisa che non gli venne fatto di mettersi in cammino se non un mese più tardi.