Il colloquio di Segovia meriterebbe d’esser narrato in disteso. Ma se uno degli interlocutori ci è caro, l’altro maledettamente ci è in uggia. Si sta mal volentieri con lui; si guadagna un tanto a vederlo di scorcio, e passando; specie quando si sa di dover presto ritornare alla sua non lieta presenza.

Cuoceva al re di tante concessioni straordinarie ad un navigatore straniero; concessioni la prima volta già fatte di mala voglia, tra per finirla con un molesto dimandatore, e per la convinzione di non impegnarsi a nulla. Che cosa avrebbe mai scoperto quel promettitore di regni? Qualche altro scoglio in mezzo all’Oceano, da far riscontro a Madera e Porto Santo; nel qual caso un titolo di vicerè contava poco, e si poteva concederlo, in vista d’un bruscolo negli occhi ai Portoghesi, fin allora troppo fortunati vicini. O non trovava niente; e buona notte al titolo di vicerè, come a quello d’Almirante maggiore, che andava a seppellirsi in fondo all’Oceano. E questa, poi, era la saldissima fede di Ferdinando d’Aragona; il quale non aveva apposta la sua riverita firma alle concessioni sullodate, se non per compiacere ad un vero capriccio della regina di Castiglia e Leone, sua magnanima consorte, troppo facile ad infiammarsi d’un disegno che a lui pareva d’imbroglione o di matto. Quelle concessioni maledette, le aveva poi confermate al ritorno del Genovese, non matto nè imbroglione, ma scopritore d’un mondo; le aveva confermate nel caldo di un entusiasmo che per un istante aveva sopraffatto anche lui. Ma il secondo viaggio, con tutte le spese che aveva cagionate, con tutte le speranze forsennate che aveva pel momento deluse, offriva il buon pretesto per scemare allo scopritore una somma di privilegi, che parevano inconciliabili colla maestà del regno. Non c’era ancor l’oro a botti; c’era un mondo da sfruttare; doveva scoprirlo tutto quell’uomo, aver la sua parte di tutto? Di qui la prima violazione dei patti stabiliti con quell’uomo, e la licenza data ad altri scopritori, che già diventavano legione; di qui tutto il resto, che si compendia in un ragionamento crudele, ma semplicissimo: dobbiamo noi lasciare tant’oro ad un marinaio fortunato, che ce ne ha ritrovata la vena? dobbiamo noi lasciare tanti privilegi ad uno straniero, che vuol trattar da pari a pari con noi, per il fatto che ha indovinata una strada sul mare? E qui dubbiezze, che la pronta calunnia convertiva in sospetti; qui malumori che la vigile perfidia traeva ad ostilità; qui facili sdegni e dure risoluzioni, seguite da tardi pentimenti, ognuno dei quali lasciava il suo lievito di rancori nell’animo di chi aveva dovuto mostrarsi pentito, e disposto a render giustizia. Ma il re Ferdinando, diventando a mano a mano più forte nei consigli della mite Isabella, e già in via di allontanarne il cuore del suo infelice protetto, era piuttosto vergognoso che poco desideroso di mostrarsi sleale. E ancora, vivente la regina, si dovevano rispettar certe forme; lei morta, e lui rimasto reggente di Castiglia in nome della figliuola Giovanna, non c’era più ragione di rispettar neppur quelle.

Accolse dunque con fredda cortesia il gran suddito; ascoltò i lagni del suo vicerè ed almirante maggiore, senza dargliene i titoli; venendo al fatto, dichiarò di non potergli rispondere lì per lì, trattandosi di quistioni complesse, e da parecchio tempo malamente intricate. Erano giuste tutte le offese ch’egli diceva esser fatte ai suoi privilegi, con le patenti date ad altri scopritori, ad altri governatori? C’era per tutte queste faccende un Consiglio delle Indie. I re, disgraziatamente, non potevano sapere appuntino ogni cosa, bastando loro di vigilare dall’alto, perchè ad ognuno fosse facile sostener sue ragioni. Don Cristoval sosteneva che il Consiglio delle Indie gli fosse nemico. Come disingannarlo? come sincerarsi che si apponesse al vero? Doveva il re sciogliere il consiglio delle Indie, in tal dubbio, e per una accusa di parte? Non potendo scioglierlo, poteva prender licenza di non rispettarlo? Questioni complesse, questioni intricate; ci sarebbe voluto un arbitro, per vederci chiaro, e proferire un giudizio.

Don Cristoval si appigliò per disperato a quest’áncora di salvezza. Un arbitro, sì, lo accettava. E perchè non sarebbe stato il vescovo di Palencia, testè nominato arcivescovo di Siviglia, ma non ancora andato ad occupar la sua sede? Era lì, sotto la mano, il buon Diego di Deza, dottissimo uomo, savio, e prudente. Parve ottimo anche al re Ferdinando, che con questa trovata aveva l’aria di concedere ogni cosa. Intanto si levava di torno un argomentatore importuno; e guadagnava tempo, che era l’essenziale. Piglia tempo e camperai.

Ma l’arbitro, che era parso a tutta prima un tocca e sana, non rimediava a nulla di nulla. Sarebbe bisognato anzi tutto distinguere, stabilir chiaramente le materie su cui dovesse esercitare la sua autorità. Ferdinando intendeva su tutte; non così l’Almirante. Questi accettava l’arbitro per ciò che riguardava i suoi diritti sull’entrate delle Indie, arretrati da computare, redditi da stabilire pel futuro. E ci fosse anche da dare un taglio, per amor di pace; l’Almirante non voleva piatire per una questione di denaro; che anzi, senza arbitrato, si sarebbe rimesso alla coscienza del re, e solamente accettava l’arbitrato perchè il re non voleva far lui, per tema di apparir giudice e parte. Ma egli, l’Almirante, non poteva egualmente sottoporre ad arbitrato i suoi titoli di vicerè, d’almirante maggiore, di governator generale, coi privilegi annessi e connessi, i quali ancora di recente erano stati offesi coll’invio dei tre vescovi, senza averlo pure consultato.

—Queste,—diceva egli,—sono mie dignità, regolarmente conseguite e guadagnate con l’opere mie a pro’ della vostra Corona. Che se io ne facessi getto, e mi adattassi a rinunziarne solo una parte, lascerei credere di avere in alcuna cosa demeritato del regio favore, o di non esserne stato mai degno. E se io ne son degno, perchè dispogliarmi? La forza può tutto, ed io cederei alla forza; ma potrei appellarmi alla divina giustizia, presso a cui, nella gloria che alle sue virtù era dovuta, siede ora la nostra regina. Che direbbe ella, vedendo così deluso il suo volere e non mantenuti i patti da lei liberamente sottoscritti? Perchè i suoi voleri sian rispettati, non è stata nominata una Giunta degli scarichi?—

Don Cristoval toccava un tasto assai delicato. Castiglia e Leone vegliavano gelosamente alla custodia dei loro diritti. Nel matrimonio della loro regina col re di Aragona si preparava la unione delle due parti di Spagna in un solo reame; ma per intanto, uniti i sovrani, restavano distinti i diritti; nè il regno più vasto voleva essere assorbito dal più piccolo. Morta la regina di Castiglia e Leone, sotto colore di far rispettare gli obblighi che per isgravio di coscienza avesse ella potuto assumere in suo vivente (e qui si vedeva la mano del clero di Castiglia, le cui ragioni di classe si confondevano con quelle della patria dignità) era stata istituita quella Giunta, intitolata degli “scarichi della coscienza regale„, che doveva nel fatto riuscire a freno del re Ferdinando, nel tempo della sua inevitabil reggenza in Castiglia. E quell’uomo ch’era tuttavia così potente per far pesare la sua autorità nelle cose d’Europa, sostituendo nella lontana penisola italiana il predominio spagnuolo al predominio francese, non poteva egualmente far pesare la sua volontà sul reame di Castiglia. Ne era il reggente, finchè non giungesse la figliuola Giovanna, col suo giovine marito, ad assumere la corona d’Isabella; e una giunta de los Descargos teneva infrenato il reggente. Casistica politica dei tempi; e a qualche cosa serviva.

Ferdinando aveva avuto comune con Isabella il titolo di Cattolico; ed era naturalmente devoto. Meglio sarebbe stato aver religione, pensare che ogni promessa è debito, e che ogni debito è sacro. Egli tentò in quella vece di persuadere l’ostinato avversario a recedere dalle sue pretensioni, accettando un gran titolo di nobiltà e un vasto dominio in Andalusia; Carrion de los Condes, niente di meno. Ma Cristoforo Colombo non s’era mosso per ricchezze e per titoli; bensì per l’onore del suo nome, che oramai era vincolato alle dignità conseguite. Ricusò dunque dominii e marchesati; al re Ferdinando non rimase altro che di chinare la testa, passando sotto il giogo de los Descargos. Giogo soave, per altro, e con cui si guadagnava tempo, assai tempo, fin oltre il bisogno. Quel vecchio ostinato, rotto nella salute, non avrebbe mica voluto durar tanto da veder la Giunta degli Scarichi della coscienza regale metter fine ai suoi delicatissimi uffici. Era composta di gran signori, chiesastici e secolari: ferma nell’opporsi alle prepotenze del re su Castiglia e Leone, non poteva sentire ugual voglia di render giustizia ad uno straniero, il quale pretendeva titoli e privilegi non mai ottenuti in tal copia nè con tale pienezza da alcun suddito di Castiglia, di Leone, d’Aragona.

Bene si avvide Cristoforo Colombo, che da quella parte non c’era niente a sperare. Passavano i mesi, e la Giunta studiava ancora, o diceva di studiare. Nè per altra via aveva potuto smuovere il re, quantunque le buone parole non mancassero mai. E giunto così alla primavera del 1505, dopo aver scritto in quel modo che sappiamo al conte Fiesco, suo compagno di gloria, così scriveva desolato ad un altro amico, a Don Diego di Deza, fatto arbitro un istante, ma senza frutto, della sua querela col re.

“Pare che Sua Altezza non estimi a proposito di mantenere le promesse, da lui e dalla regina, la quale or si trova nel sen della gloria, ricevute sotto la lor parola e sotto il loro sigillo. Opporsi al volere di lui sarebbe un lottar contro il vento. Io ho fatto tutto ciò che dovevo; lascio il resto a Dio.„