Capitolo IX.
Spera di sole.
Segovia, nella Vecchia Castiglia, poco distante dalle falde settentrionali della Sierra di Guadarrama, è una città nobile e bella, come tutte le città molto antiche di qualsivoglia paese, che possono piacere e non piacere, secondo i gusti e gli umori, ma che bisogna accettar come sono. A buon conto l’avevano per bellissima i suoi dodicimila abitanti del 1506, tenendosi molto della sua zecca, che era la più vecchia della Spagna; delle sue diciotto chiese, compresa la cattedrale di stile tra gotico e moresco, non meno decorosa del duomo di Salamanca, e provveduta d’un campanile a gran pezza più alto; finalmente del suo Alcazar, saldamente piantato su d’una roccia dominante, antico soggiorno dei re Mori, e per allora della Corte spagnuola, nomade al solito, e già meditante il suo trapasso a qualche città meno antica, forse, ma più adatta a ricevere i nuovi sovrani di Castiglia, il cui arrivo dalle Fiandre si sperava sempre imminente.
L’orgoglio di Segovia era il suo acquedotto romano, di cento e sessantun arco, in due file sovrapposte, tutti di pietre riquadrate e senza cemento. L’aveva fatto costrurre Traiano, come i Segoviani affermavano? Poteva essere; ma in verità non era neanche necessario ricorrere a quel virtuoso imperatore, nato Spagnuolo, per intendere il fatto di quella maraviglia d’arte in Ispagna, essendo nota la imparzialità Romana in materia edilizia, e l’usanza costante di decorare di grandi opere di pubblica utilità ogni parte più lontana del vastissimo impero. L’acquedotto di Segovia non aveva altro torto che di fare tropp’ombra in certe strade della città per cui veniva a passare, tragittandosi dall’una all’altra delle due colline su cui ella era fabbricata, in forma di nave, a cui il fiumicello Eresma faceva uffizio di chiglia. Ma è detto che ogni gloria si paghi; e Segovia pagava la sua gloria a quel modo, come pagava la sua sicurezza antica con un giro di mura turrite, aperte da sette porte, quattro delle quali mettevano ad altrettanti sobborghi. Donde si vede che fin d’allora Segovia non capiva in sè stessa. E faceva mostra d’un’insolita animazione, in quella fine d’inverno del 1506, tra tanti fumi di grandezze cortigiane, quasi non sentendo più il freddo, ignorando perfino di avere tra le sue mura, all’ombra dell’acquedotto di Traiano, un grand’uomo, ma grande davvero, e non di quelli che si distinguevano per classi.
Povero grand’uomo, a sessant’anni già vecchio, mani e piedi rattrappiti dalla gotta, senz’altra energia che degli occhi sfolgoranti, senz’altra gioventù che della bocca, rimasta sempre bellissima! Stava a letto la più parte del giorno, poichè quell’anno l’inverno s’era mantenuto rigidissimo, invadendo anche ed usurpando i principii della primavera; ond’egli, latinista impenitente, soleva dire col suo malinconico sorriso: “in cauda venenum„. Per poche ore, intorno al mezzodì, alzatosi con grave stento da letto, cercava di reggersi in piedi; per riflessione, diceva, e per avvezzarsi ad uno sforzo maggiore che un giorno o l’altro avrebbe dovuto pur fare. Intorno a lui poca gente: anzi tutto il figliuol suo Fernando, caro adolescente sui diciassette anzi, a cui traluceva dagli occhi la mestizia pensosa di una esistenza già provata alle sventure, e fors’anche il dolore profondo di non vedere accanto al padre venerato una madre ond’egli non aveva avute mai le carezze; indi un uomo di matura virilità, l’Aiace Telamonio d’un’altra Iliade, don Bartolomeo Colombo, uomo di poche parole e di molti fatti, più conosciuto sotto il nome di Adelantado, come a dir podestà, governator di provincia, prefetto; finalmente Geronimo, un marinaio fedele, che faceva i servigi della casa, e troppo spesso non avendo da far nulla, s’industriava a tener vivo con poche legna uno scarso fuoco, insufficiente a riscaldare la cameretta del signor vicerè delle Indie. Che freddo in quella casa! che tristezza, più dura a gran pezza del freddo!
Ma un po’ di calore, un po’ d’allegrezza doveva penetrare anche là dentro. Irrompevano, con un raggio di sole mattutino, tre visitatori inattesi; un cavaliere di bell’aspetto, uno scudiero, un adolescente vestito da mozzo, ma con figura di paggio. Erano venuti con grossa scorta da Barcellona, per la via di Lerida e di Saragozza; ma passata la Sierra di Guadarrama, ne avevano rimandata una parte, per non lasciar troppo scarsa di numero la marinaresca del Paradiso, di quella bella nave che li aveva portati fino a Barcellona, e che laggiù, in quel massimo porto di Catalogna, doveva aspettarli.
Non venivano ad accrescere il numero delle bocche in quella povera casa, dove sicuramente, non che mancasse il superfluo, scarseggiava il necessario. Erano viaggiatori che potevano smontare alla migliore posada di Segovia, e prender magari un palazzo in affitto, se la folla dei gentiluomini e dei servitori di Corte avesse lasciato in quei giorni un posto conveniente a nuovi ospiti. Restando accanto al signor Almirante non sarebbero stati altrimenti a carico della famiglia, dove anzi portavano un po’ d’agiatezza, e per intanto un raggio di sole; raggio benefico insieme e crudele, poichè metteva più in chiaro la nudità desolata d’una casa da poveri.
Alla vista di messer Bartolomeo Fiesco si rianimò, ed anche si commosse vivamente, il disgraziato vicerè delle Indie. Aveva stretta fra le sue braccia la testa dell’amico, l’aveva baciato e ribaciato sulle guance, come un padre il figliuol suo prediletto.