—Fate, amico mio, fate; son pronto a rispondervi.

—Da chi aspettate giustizia? dal re Ferdinando?

—È l’unico oramai, a cui mi possa rivolgere, poichè la regina è nella gloria di Dio. Aspetto giustizia, ed egli la nega; giurando di volerla fare, la nega, proponendomi gran dominio e titolo di gran nobiltà in Ispagna, purchè io rinunzi agli uffici, alle dignità che sono la mia proprietà e la mia gloria. Mi sono richiamato alla sua lealtà, ma inutilmente; è uno sleale, quel re. Ho invocata la santa memoria della regina, che non poteva essere offesa col violare le sue volontà, col tradire le sue intenzioni. E così siam venuti al partito di sottoporre la mia querela alla Giunta degli scarichi. Sapete che cos’è?

—Ne ho sentito parlare abbastanza in otto giorni di viaggio attraverso Catalogna ed Aragona;—rispose il capitano Fiesco.—È una giunta che non iscaricherà nulla di nulla.

—È anche il mio pensiero, oramai;—riprese l’Almirante.—E per questo avevo tentato di questi giorni un’altra via, scrivendo a Diego, il mio primogenito. Doveva egli offrire in mio nome a Sua Altezza un patto assai conveniente. Mi tengano pure per straniero; rinunzierò alle mie dignità di vicerè delle Indie, di almirante maggiore dell’Oceano, ma a benefizio del figliuol mio; egli vada al governo della colonia e delle altre terre scoperte da me, assistito da un consiglio di persone scelte tutte quante dal re. A questo patto io non avrei chiesto più nulla; salvato l’onore, nient’altro poteva più importarmi, nessuna ambizione, nessuna vanità, nessuna idea di tornaconto passarmi pel capo.

—Ed egli?

—Ed egli neppur questo ha voluto accettare.

—Nessuno gli ha parlato per Voi, dei potenti amici che vi hanno in altre occasioni assistito? Il Quintanilla? il Santangel?

—Morti!—rispose Cristoforo Colombo, traendo un sospiro;—morti come il cardinale di Mendoza, che fu mio protettore costante, e nella cui bara dovevo io per grande fortuna essere trasportato da Siviglia alla Corte.

—E il nuovo arcivescovo di Siviglia?