—Ah, il suo Fernando!—esclamò la marchesa.—Caro innocente bambino, che ho tenuto in collo ancor io, come una nutrice; che ho veduto crescere in bellezza e gravità superiore agli anni, quando era paggio alla Corte! E non c’è altri in casa? nè uomini, nè donne?

—D’uomini sì, un vecchio marinaio, pei servigi di casa, che veramente son pochi;—rispose sospirando il capitano Fiesco.—Di donne, poi, neppur l’ombra. La casa del signor Almirante è un convento di Certosini.—

La marchesa di Moya rimase un istante sovra pensiero; poi scuotendosi ripigliò:

—Non importa; resti egualmente un segreto per lui, quel che vi ho confidato. È anche necessario per l’utile suo. Se anche fossimo sicuri che nessuno commettesse un’imprudenza, dobbiamo premunirci contro il pericolo che dal suo volto trasparisca troppa fiducia, e si trasfonda negli altri. Ferdinando è sospettoso, e sempre agli agguati; che almeno egli non sospetti il vero da una maggior sicurezza delle sue vittime.

—Ho inteso;—disse il capitano Fiesco.—Bisognerà parere più contriti e più umiliati che mai. “Cor contritum et humiliatum Deus non despiciet„ direbbe il mio scudiero, che ho lasciato in istrada ad attendermi, e che è, indegnamente com’egli dice, un frate francescano. Porterò almeno il vostro saluto al signor Almirante?

—No, vi prego, neppur questo.

—Perchè, se è lecito domandarlo? C’è un segreto anche qui? Una nube, se mai, che sarà bene dissipare. Tra i nobili cuori non ce ne dovrebbero essere.

—Dite bene; ma la nube non c’è.

—Il segreto, dunque? Lo rispetteremo.

—Sì, un segreto; ma è quello del mio cuore, e voglio dirvelo. A voi solo, conte Fiesco, non avrei osato confessarmi, e neanche al vostro francescano, che pure, se sta con Voi, dev’essere un brav’uomo. Ma c’è qui tra noi una donna, che mi dà coraggio; che certe cose può intenderle, e darmi anche ragione. Parlerò dunque: ma voi ditemi prima una cosa. Perchè siete venuto a me, facendo a bella posta un così lungo viaggio da Segovia a Siviglia? Vi ha forse egli detto....