—Ah sì? E che sarà?
—Continuare ad amarti;—rispose gravemente Damiano, facendo cadere dall’alto, l’una dopo l’altra, le sillabe.—Vi ho lungamente contemplata, amica mia; vi ho pure abbracciata, ma guardingo, sapete, con mano leggera leggera, per non rompervi il sonno, che era così dolce; ed ho pregato Dio che non mutasse niente, che lasciasse tutto così, come ha tanto saviamente disposto, nella sua misericordia infinita.—
E voleva dare in una risata; ma non n’ebbe il tempo. La contessa Juana rideva già più di lui, non senza lagrime; quelle care lagrime che tanto abbelliscono ogni profonda allegrezza. E un po’ tardi, ma in tempo, gli ricambiava l’abbraccio.
Capitolo II.
Ambasciator non porta pena.
Ma ritorniamo una seconda volta, e sia la buona, al nostro don Garcìa, che con tanta attenzione seguiva le vicende di un bellissimo giuoco. Proprio si arriva al punto che la piacevole occupazione gli era interrotta dall’avvicinarsi d’un famiglio, le cui prime parole ebbero virtù di farlo balzar subito in piedi. Molestie dell’ufficio, naturalmente; e la Guardia non poteva esser sempre gioiosa, pel suo degno custode.
—Ci abbandonate?—gli chiese frate Alessandro, che per fortuna di giuoco veniva ad essergli più vicino, e lo vedeva muoversi di scatto dalla panca.
—Per forza;—rispose don Garcìa.—Ed anche, diciamolo pure, con un certo piacere. Arriva il nostro Giovanni Passano.—