Anche i conventi di donne partecipavano a questo lavoro di resistenza: e ciò s’intenderà facilmente, chi pensi che negli ordini monastici erano allora numerosissime le figliuole delle grandi famiglie del regno, famiglie a cui pure appartenevano i magnati del clero, alleanza naturale di nobiltà religiosa e di nobiltà militare; e che delle personali rinunzie al mondo le nobili claustrali si ricattavano, anch’esse partecipando largamente alle ambizioni delle casate dond’erano uscite, e di cui serbavano, se non in tutto il fasto mondano, certamente il ricordo e l’orgoglio.

A quei centri di vita monastica affluivano, da quei centri si diffondevano le notizie politiche utili a sapersi da ogni classe di aderenti. Le vaste possessioni degli ordini religiosi favorivano il continuo viavai dei razionali, dei vicarii, dei gastaldi, tramutati in messaggeri. Il servizio delle poste pubbliche era in mano delle università; quello delle poste segrete in mano dei conventi. E non poteva dirsi una distinzione, ma piuttosto una affinità di uffici, poichè nelle università primeggiavano i frati, come maestri di teologia e d’eloquenza, di diritto canonico e civile, di filosofia, perfino di medicina.

Ritornati a Segovia, Bartolomeo Fiesco e il mozzo Bonito seppero avvenuto ciò che a Siviglia avevano udito imminente. Da cinque giorni la Corte si era trasferita a Valladolid, nell’antico reame di Leon, lasciando nel mezzo Medina del Campo, dov’era morta Isabella, e avvicinandosi a Burgos, la capitale antica dei conti di Castiglia, e la patria del Cid Campeador. Burgos, a cui si avvicinava Ferdinando, era anche la città del pericolo per lui. Di laggiù, infatti, doveva avanzarsi Giovanna, se mai si fosse risoluta di lasciare le Fiandre e di approdare alla costa di Biscaglia. Ma egli, da Valladolid, risalendo da levante la gran valle del Duero, aveva nella fida Aragona la sua ritirata strategica. Perchè egli viveva in istato di guerra, tra tutte le apparenze della pace; ed era guerra di ambizioni personali e di diritti dinastici tra il padre e la temuta figliuola. Pazza la dicevano a bassa voce, e sarebbe piaciuto a lui che pazza fosse gridata a larghi polmoni: ma più pazza era, e più si doveva temerne il troppo sollecito arrivo. Ah quei nobili Castigliani, così superbi e così ostinati! Non c’era dunque verso di tirarli dalla sua?

Cristoforo Colombo aveva seguitata la Corte. Il capitano Fiesco seguitò dunque il suo viaggio, muovendo lungo il corso dell’Adarà, fino alla pianura insalubre di Medina del Campo; di là passato il Duero, proseguì fin dove l’Esgueva, umile tributario, si getta nel Pisurga. Era finalmente a Valladolid, la opulenta città, che ancora non possedeva i centomila abitanti a cui giunse sotto Carlo Quinto, ma che aveva già tre volte e più i ventimila a cui è ridiscesa nei tempi nostri. E già allora Valladolid era fiorente d’industrie, famosa pel suo studio di giurisprudenza, orgogliosa del suo Campo Grande, vastissima piazza, fiancheggiata da diciassette conventi, dove già con grande concorso di popolo si arrostivano Mori ed Ebrei, a maggior gloria di Dio misericordioso. Da ventisei anni era stato legalmente riconosciuto e diffuso il Sant’Uffizio nella felicissima terra di Spagna.

Il capitano Fiesco, che pur non era di tenerissima fibra, torse gli occhi da quella piazza che doveva costeggiare passando, e dove appunto si stava rizzando un gran palco di legname per l’auto da fè del giorno vegnente; il mozzo Bonito rabbrividì, correndo involontariamente col pensiero agli orrori della piazza di Xaragua, dove ottanta cacichi erano stati bruciati sotto i suoi occhi; ed anche di un’altra piazza a San Domingo, dove per lui era stato rizzato il palco ferale.

Avevano preso lingua per via; e non era stato facile ritrovare subito la dimora del Vicerè delle Indie. Chi conosceva a Valladolid un vicerè delle Indie? Per fortuna s’erano imbattuti nel servo Geronimo, che li aveva condotti in una via fuori mano e mezzo campestre, dove sorgeva una casa di povera apparenza, quasi una masseria di campagna, con un gran portone pei carri, un pianterreno cieco, un piano superiore di poche finestre non grandi, nè tutte in fila, e un secondo, che prendeva luce più scarsa da quattro o cinque finestrini sotto i rozzi modiglioni del tetto. In quella casa era andato ad ospizio il vicerè delle Indie, presso un marinaio, Gil Garcìa, che, avendo riconosciuto il suo Almirante, non aveva voluto lasciargli cercare alloggio più oltre.

—Forse lo trovereste migliore;—aveva detto il buon Garcìa;—ma stancandovi nella ricerca. E pensate, mio signore, che se la casa è povera, neanche a Valladolid son ricchi i cuori di chi possiede i palazzi.

—Gil Garcìa, tutto il mondo è paese;—aveva risposto l’Almirante.—E Valladolid è una gran capitale, se ha la tua casa per reggia.—

La fatica del viaggio non aveva troppo stancato il signor Almirante; e il capitano Fiesco, entrandogli in camera, lo ritrovò seduto sul letto in una di quelle alcove di cui gli Arabi avevano dato il nome e l’uso alla Spagna, donde uso e nome passarono poscia all’altre parti di Europa. Come già parecchi giorni innanzi, l’infermo si rianimò alla vista dell’amico; e non sentì più i suoi dolori, udendo le nuove del colloquio che questi aveva avuto con la marchesa di Moya.

Il Fiesco, naturalmente, non gli riferiva appuntino ogni cosa. Più che dalla raccomandazione del segreto, si sentiva trattenuto dal timore di rallegrar troppo il grande sventurato. Voleva, se mai, ragionarne prima coll’Adelantado, dicendogli delle cose segrete almeno quel tanto che fosse mestieri, per farne buon uso ad ogni opportunità. Espose in quella vece all’Almirante come la marchesa di Moya gli fosse amica immutata ed immutabile; vedendo poi quanta letizia si diffondesse sul volto dell’ascoltatore, non tacque le confessioni che la nobil Beatrice di Bovadilla gli aveva fatte così spontaneamente, senza puerile ritegno. Impacciato si sentiva egli piuttosto a riferire quelle calde parole: ma per fortuna il viso aveva abbastanza celato nella penombra dell’alcova, poichè, stando seduto presso la sponda del letto, dava le spalle alla luce; ond’ebbe più coraggio a dir tutto.