—E perchè non è venuta con voi?
—Che so io? che debbo dirvi, messere?—rispose il Fiesco, più impacciato che mai.—Mi ha parlato vagamente di certe cose, che la trattenevano ancora. Hanno sempre tanti impicci, le donne! e non tutte, per cavarsi d’impicci, hanno l’arte e gli abiti del mozzo Bonito. Credo ancora che avesse da sbrigare un negozio più grave. Ma neppur questo mi ha detto, quantunque non fosse un segreto, poichè mi ha pregato di lasciarle il frate scudiero. Le servirà di scorta in viaggio;—soggiunse il capitano, felice di aver trovata una gretola, e scappando da quella.—A mezza monaca mezzo frate, non vi pare? Badiamo, dico così per dire; che il mio scudiero è frate, con tutti i tre voti. Ma egli pare così poco un frate, vivendo sempre fuor di convento! Come le ha, le dispense? non è il caso che se le pigli da sè?
—Dovreste saperne voi qualche cosa, che lo conducete pel mondo;—osservò l’Almirante, sorridendo.—Ma non bisogna credere che frate Alessandro manchi al precetto dell’obbedienza. Non facciamo sospetti temerarii, e crediamo che abbia la sua brava licenza in tasca.—
L’Almirante era allegro, e celiava, come ne’ suoi giorni più belli. Un’ondata di buona ventura entrava nella povera casa di Gil Garcìa; bisognava approfittare del vento; e don Cristoval, che si sentiva rinfrancato, volle vestirsi. Mentre il marinaio Geronimo lo aiutava in quella bisogna, il capitano Fiesco scese in cortile a discorrere coll’Adelantado. Con lui non poteva menare il can per l’aia; anche senza dir tutto, doveva aprirsi con lui della prossima venuta della marchesa di Moya, e del tentativo ch’ella si proponeva di fare. Per non mancare alle promesse sue, bastava non dire che la nuova regina di Castiglia era aspettata alla coste di Spagna. Restava, e bastava, che l’arrivo ne fosse sperato, per giustificare il passo di donna Beatrice. Dopo tutto, anche di quel poco che si lasciava uscir di bocca, il capitano Fiesco raccomandava il segreto alla conosciuta prudenza dell’amico; il quale a sua volta ne riconobbe tutta la importanza gelosa.
—Dicevo bene!—esclamò Bartolomeo Colombo.—Dicevo bene, se la marchesa di Moya veniva proprio a parlare col re. Non è lei, l’antica dama di palazzo della mite e generosa Isabella, che potrebbe commuover le viscere al marito di Germana di Foix. E notate che io avevo già mulinato il disegno di rivolgermi a questa, per chiedere il suo patrocinio. Sposa novella, pensavo, avrà potere sul maturo consorte, e potrà usarne a nostro vantaggio. Ma ho dovuto rinunziarci. La bionda reginetta è qui come un pesce fuor d’acqua. Già molto è se la tollerano, questi signori Castigliani, cedendo alle raccomandazioni del virtuoso Ximenes.
—Il confessore della morta regina!—esclamò il capitano Fiesco.
—Ma sì; lo vedete, il confessore di quella santa, costretto a raccomandare la calma, a far mandar giù, come uno zuccherino, quella profanazione del talamo reale? E non ha aspettato che si raffreddasse la povera salma, il cattolico re! Appena era passato l’anno, e la nuova regina passava i Pirenei. Ma che cosa non fa fare la maledetta cupidigia del regno? Basta,—conchiuse lo sdegnoso Adelantado,—io non ci ho niente da vedere, nè da spartire: il cardinal di Toledo riconosce il male, e s’ingegna di ricavarne il bene. Signori miei, dice egli ai nobili di Castiglia, abbiamo pazienza un po’ tutti; pensiamo che Germana di Foix, la graziosa nipote del re Cristianissimo, ci porta in dote la rinunzia dei Francesi a tutte le terre che possedevano ancora nel reame di Napoli.
—E che Consalvo avrebbe potuto riprendere senza sforzo;—notò il capitano Fiesco.—Ho anche sentito dire che per quella rinunzia del Cristianissimo, il Cattolico si obbliga di pagargli in dieci anni settecentomila ducati d’oro.
—Vero;—rispose l’Adelantado.—Per contro restano liberi dalla prigionia i baroni di quel regno, che avevano militato in favore del Cattolico. E di rimpatto,—soggiunse sarcasticamente,—è levata la confisca fatta contro coloro che avevano seguitato il partito francese. Sicchè, vedete, non si sa bene chi più ci guadagni. Questo rimane, per altro, che il Cattolico deve pagare settecentomila scudi d’oro, farsi amare da una sposina francese, e tollerare dalla nobiltà castigliana. Grattacapi non gliene mancano, adunque; ma ci pensi lui. Il guaio per noi è questo solo, che in tanta confusione n’andiamo di sotto. Perchè, s’intendano o non s’intendano, contro di noi sono tutti, Castigliani ed Aragonesi, ben risoluti di non farci giustizia.
—E il virtuoso Ximenes?