—C’è la Giunta degli scarichi; così dice egli a chi gliene parla. La Giunta degli scarichi è il suo grande argomento. L’ha inventata lui, difatti, per le questioni di Castiglia; e gli pare che sia la man di Dio. Con questa, egli ha scaricato anche la sua stessa coscienza. Poveraccio, finalmente! ha tanti carichi sulle spalle, che qualche volta mi vien voglia di compatirlo. Sapete, mio caro Fiesco, che io non l’ho con questa gente; l’ho colla nostra cattiva stella, che ci ha condotti qui, a piatire da vent’anni con un bugiardo, ad inghiottire ogni sorta di amari bocconi. Il mio grande fratello non vuol che si dica; e per rispetto a lui sto zitto. Ma qualche volta la pazienza dà di fuori, come se fosse una pentola. Se si dava retta a me, o con Francia, o con Inghilterra, sarebbe stato un altro paio di maniche. Ripeto e torno a dire: poichè il male è fatto e non si muta, venga Giovanna, e sia l’ultimo tratto di dadi. Di questo, poi, si potrà toccarne all’Almirante, quando sia il momento. Mi pare che una lettera alla regina dovrà scriverla anche lui. Per ora non conviene dir nulla. Quella sua gotta, o artritide che sia (sapete che i medici non sono neanche d’accordo sull’indole del suo male) può aggravarsi di schianto, con ogni commozione un po’ forte; tanto che io non gli ho neppur detto una cosa, che ora mi torna a mente. Vedete che smemorato! Ma anch’io ci perdo la testa, con tanti pensieri. E si tratta appunto di voi.
—Di me?—chiese il Fiesco.
—Sì, di voi, che il re Ferdinando ha mandato a cercare.
—A cercar me? e come sa che io dovessi arrivare?
—Cioè;—ripigliò l’Adelantado,—maravigliatevi ch’egli sapesse del vostro arrivo a Segovia; perchè là vi ha mandato a cercare, e non qui. Due giorni dopo ch’eravate partito per Siviglia, venne da noi il dottor fisico Villalobos, l’Esculapio di Corte. Che degnazione, non vi pare? Credevo che fosse stato cortesemente mandato a visitar mio fratello; ma quello era l’ultimo pensiero del sommo Villalobos. Si contentò di qualche domanda, e non chiese neanche di vederlo. Mi chiese invece, così di punto in bianco: è giunto da voi altri il signor conte di Lavagna? Sì, gli risposi, non avendo ragione di nasconder la cosa, nè parendomi savio negarla. Sua Altezza, ripigliò, lo vedrebbe molto volentieri; rammenta sempre di averlo ricevuto due anni fa, al suo ritorno dalla Giamaica; è un amabile cavaliere, e Sua Altezza, che ama molto gl’Italiani, sarà felice di riceverlo. Risposi, naturalmente, di non poter fare così presto l’ambasciata; voi esser venuto in Ispagna per vostre ragioni d’interesse, e solo per l’amicizia vostra col signor Almirante aver mandata innanzi agli affari una visita a Segovia, ma subito esser partito per Cadice, che ne sapevo io? per Granata, o per Malaga, avendo da incontrare certi mercatanti e banchieri del vostro paese. Infine, alla bell’e meglio ho cucite insieme le mie quattro bugie, come un altro Ferdinando; con questa differenza, che le mie erano molto innocenti, sicuramente meno gravi delle sue. Ho soggiunto, s’intende, poichè n’ero richiesto, e non volevo apparire bugiardo poi, che sareste tornato ancora, dopo sbrigate le vostre faccende, a prendere i comandi dal vostro veneratissimo capo, e che in tale incontro vi avrei avvertito del desiderio di Sua Altezza, tanto onorevole per voi, tanto caro, tanto lusinghiero, e chi più n’ha ne metta.—
Il conte Fiesco cascava dalle nuvole: cascava, cascava, e non toccava mai terra.
—Che diamine vorrà egli da me?—chiese egli, stupito.—Parlarmi dell’Almirante, mentre lo ha qui sotto la mano?
—Oh, non credo che si tratti di ciò;—rispose l’Adelantado.—Per quanto gli piaccia mentire, mostrandosi mondo di colpe, puro come un agnellino, di nient’altro dolente che delle esorbitanti pretensioni del signor Almirante Colon, egli non manda di sicuro a cercar la gente a cui versare nel seno le sue giustificazioni.
—Allora?
—Allora, mio caro, voi siete il conte di Lavagna.