—Che non meritava neanche questa scesa di testa;—aggiunse il capitano, spremendo il sugo di tutta la filosofia che aveva imparata nello Studio pavese.

Ma sì; che ubbìa era quella del signor Almirante, di voler essere ricompensato de’ suoi servigi? di voler mantenuti i suoi titoli, i suoi diritti, i suoi privilegi? Una bella ingratitudine patita esalta l’eroe, più d’un premio ottenuto. Ma forse egli voleva ben ribadire la ingratitudine di Ferdinando il Cattolico alla gogna della posterità. Nel qual caso, bisogna credere ch’egli avesse ragione, più del fratello don Bartolomeo, del capitano Fiesco e di noi.

Il capitano era giunto alle coste di Spagna meglio in arnese delle altre volte. Potè dunque farsi bello di qualche eleganza, tanto da far dire all’Adelantado: “voi volete, conte Fiesco, dar nell’occhio a Germana di Foix„. Rideva il capitano alla celia, ma rideva stentato, pensando ad una visita che faceva di mala voglia. Rideva ancora, rideva giallo, andando la mattina seguente al palazzo reale; rise verde senz’altro, quando, già sicuro di esser rimandato ad altra ora, magari ad un altro giorno, si sentì dire dal gentiluomo di camera:

—Sua Altezza il re vi aspetta, signor conte di Lavagna. Voglia Vostra Eccellenza passare.—

Eccellenza, niente di meno! E infatti, non era egli un conte di Lavagna? e non aveva titolo di Eccellenza l’illustre Gian Aloise? Bartolomeo Fiesco non era neanche a Genova, dove la maggiore autorità del cugino potesse fargli ombra colla sua luce; era in Ispagna, dove la gran luce dell’eccelso parente poteva benissimo riverberarsi da lontano su lui. Accettò dunque l’“eccellenza„, e passò.


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Capitolo XII.
La Sfinge regale.

Ferdinando d’Aragona non era stato in sua gioventù nè bello nè brutto. Di carnagione più giallo che bianco; larghe le guance ed angusta la fronte; lungo il naso e breve lo spazio tra il naso e il labbro superiore; ombreggiato questo da due baffettini tagliati corti sulla tumida bocca; tondo il mento e piuttosto prominente; gli occhi grossi e sgusciati, donde aveva un’aria un po’ sciocca; queste le note principali del viso, e non tali da offrirvi una immagine di Apollo. Ma la gioventù, quando c’era, attenuava i difetti; una folta capigliatura nera, scendente fin quasi all’arco delle sopracciglia, ne scusava la poca eleganza; e il giovanotto, finalmente, era re. Gli anni, poi, avevano mutato l’aspetto di quel re, non in tutto a suo benefizio, per quanta gravità gli aggiungessero. Spariti i baffi, appariva un tantino più lungo il naso, e le labbra sporgevano più tumide. Gli occhi avevano piuttosto acquistato che perso; ma l’acquisto era di due borse nel basso delle occhiaie, e di certi pendoni sopra le palpebre, che velando quegli occhi a mezzo non li aggraziavano punto. Portava sempre lunghi i capelli fino all’altezza delle spalle; ma erano capelli grigi, e non bene ravviati; nè più dalla fronte scendevano all’arco delle sopracciglia. Ma a questo guaio rimediava il copricapo, di velluto nero, mezzo berretta e mezzo corona, che il re Ferdinando, fattosi maturo negli anni, non si levava mai nel cospetto della gente. La corona appariva sul davanti del copricapo in tutta la sua maestà; spariva presso alle tempia, sotto i capi d’una rivolta che correva tutto intorno alla testiera. Indossava una tunica lunga oltre il ginocchio, anch’essa di velluto nero, dal cui sparato, trattenuto con lacci di seta, appariva il bianco della camicia pieghettata. Una giornéa di broccato cremisino, colle rivolte di vaio, senza maniche, aperta davanti, lasciava vedere il collare di gran mastro d’Alcántara, scendente sul petto, ma senza abbondanza di catena. Era modesto, quel re, non amava sfoggiare il suo grado: mezza corona e mezza berretta; detto questo, non ci sarebbe altro da aggiungere.