Ma l’abito non fa il monaco, e Ferdinando d’Aragona sapeva ben dissimulare il suo orgoglio di re. Lo obbligavano a ciò le stesse circostanze tra cui esercitava il potere supremo. Era quello il tempo che le monarchie d’Europa si venivano formando, in mezzo a difficoltà non poche nè lievi, costretto a destreggiarsi di continuo per girare gli ostacoli, per evitare i pericoli, per domare la superbia dei grandi vassalli, per vincere le resistenze dell’alto clero, per procacciarsi il favore della piccola nobiltà, per amicarsi il popolo, appagandolo con qualche concessione, maravigliandolo con qualche esempio di giustizia. I leoni dovevano farsi volpi, secondo l’occasione; i lupi vestirsi da agnelli, senza rinunziare del tutto alla primitiva natura, e ripigliandone al buon momento le forme. Così da Ottaviano Augusto a Carlo Magno si era usato con frutto; e ognuno a suo modo imitava i grandi esemplari. Fortunati coloro che meglio a proposito sapevano applicare ai casi particolari le massime generali d’una tirannide intesa a fortificare una dinastia, e in pari tempo a formare uno stato.

Quando il conte Fiesco entrò nella sala reale, don Ferdinando andava su e giù passeggiando, senza rumore, con le sue scarpe di velluto, foderate anch’esse di vaio. All’entrare del gentiluomo genovese si volse, fece un bel gesto, atteggiò le grosse labbra ad un sorriso, fermandosi su due piedi in mezzo alla stanza.

—Conte,—diss’egli,—bisogna dunque mandarvi a cercare? Si passa in Castiglia, e non si viene a visitare il re d’Aragona?—

Era la sua regola, dopo la morte d’Isabella: aveva ripigliato il suo titolo di re d’Aragona, e voleva farlo sentire, ripetendolo in ogni incontro. Ostentazione di modestia, che non ingannava nessuno: ma gli piaceva di far così; tanto più gli piaceva, in quanto che, se avesse fatto altrimenti, gliel avrebbero apposto ad ambizione, vedendoci anche una usurpazione non tollerabile.

—Vostra Altezza mi perdoni;—rispose il conte, inchinandosi.—Il mio viaggio in Ispagna era per ragioni di traffico. Un debito di amicizia e di gratitudine mi aveva consigliato il giro largo a Segovia; ma dovevo correre a Siviglia per certi negozi, che non volevano indugio più lungo. Genuensis, ergo mercator;—soggiunse egli sorridendo, per modo di conclusione.

—Sappiamo, sappiamo;—disse il re, accennando una scranna, ed invitandolo con gesto benigno a sedergli vicino.—E siete ritornato, e vi terremo, non è vero?

—Ahimè, mio signore, altre ragioni mi chiamano a casa. Solo la malattia del signor Almirante mi tratterrà qualche giorno. Speriamo che non sia grave tanto, da impensierire chi l’ama.—

Il re lasciò cadere a vuoto l’accenno, e diede un altro giro al discorso.

—Che novelle ci portate dall’Italia? Sapete che l’amo.

—Lo so, e da buon cittadino ne debbo esser grato a Vostra Altezza.