—Nostro zio il re Cristianissimo,—ripigliò Ferdinando,—ha buoni amici a Genova; ed io non per altro gli porto invidia, se non perchè ne possiede uno come Gian Aloise, potente signore, ma ancora più gentil cavaliere.

—E buon servitore di Vostra Altezza;—soggiunse il conte.

—Questo non sarà poi così vero come il resto;—replicò Ferdinando.—Egli non ce ne ha dato fin qui prove bastanti. Ma noi gli perdoniamo di gran cuore, ben sapendo che non si può servire a due padroni. Che gente maravigliosa, i Fieschi! Di antica stirpe reale, gran vassalli dell’Impero, hanno da principio resistito virilmente alla fortuna di Genova; attratti da lei, son riusciti a dominarla. Tutto ciò è d’anime eccelse. Le repubbliche non possono prosperare senza gran signori, che le aiutino di consiglio e di braccio: ma i gran signori, a lor volta, non possono crescere di potenza, se non col favore dei re. I Fieschi lo hanno capito. Non contenti d’aver dato tanti cardinali e due papi alla Chiesa, hanno saputo spendersi ancora in servizio dei maggiori principi della cristianità. Nostro zio Alfonso d’Aragona ebbe a Napoli in Giacomo Fiesco un ammirabile vicerè.

—Bontà di Vostra Altezza lo esalta oltre il merito.

—No, no, è pretta giustizia. Amo la giustizia, io; non istimo se non questa. E voi, conte, non vi addormentate già sugli allori degli avi?

—Io? povero a me! sono un assai piccolo uomo, e porto male un gran nome. È già molto se come marinaio ho potuto aver la fortuna di servire la vostra Corona in quattro viaggi di scoperta, sotto l’onorato comando....

—Acquistando un’esperienza preziosa di uomini e di cose;—interruppe il re, che davvero non voleva sentir finire tutti i salmi in gloria.—Non bisogna buttarla via, ricordátelo. E se amate la nostra Corona, che siete venuto a servire non tanto da marinaio, come da gentiluomo d’arrembata, perchè non tornereste a noi, e per servirci in uffici e dignità più convenienti al vostro nome? Questa Corona ha pur la sua gloria; ed anche noi abbiamo operato cose che non saranno giudicate da poco. Da noi sono stati cacciati i Mori, e restaurati da per tutto gli altari di Cristo; da noi occupato stabilmente il reame di Napoli. E qui e laggiù, dove è sempre viva la memoria del vostro nobil parente, anche voi potrete illustrarvi con leali servigi, scambio di addormentarvi negli ozi di Capua, o piuttosto, poichè vivete sulla riva del mare, a sentir cantare le Sirene.

—Non ha Sirene il mar di Liguria;—notò il capitano Fiesco, tanto per dir qualche cosa, e accompagnando con un sorriso l’osservazione discreta.

—Ma le portate con voi, non è vero?—disse il re, sorridendo a sua volta.—Certi paggetti, o mozzi che voglian parere.... Non dite di no, perchè i re sono costretti a sapere ogni cosa. E vi ci ho colto, colla soffoggiata sotto il mantello!—seguitò, ridendo ancora.—Ma badate, conte mio; quando si possiede un tesoro, non si porta attorno, nè così in vista, che tutti lo riconoscano.—

Il capitano Fiesco era stato colpito in pieno petto da quella bottata improvvisa del suo interlocutore; ed anche aveva dovuto faticar molto dentro di sè, per non dar segno d’averla ricevuta così profonda. Guardava frattanto il re, cercando di scoprire nel volto di lui l’intenzione riposta, che lo aveva fatto parlare in quel modo. Il re sorrideva; forse non mirava ad altro che a fargli sentire come fosse bene informato. Il migliore, e lì per lì anche l’unico partito da prendere, era quello di volgere la cosa in celia, accettando la lezione del regale maestro.