—Lo so.

—Nè mai ha pensato a tradire la Spagna, per Portogallo, per Genova, per Inghilterra, come i suoi accaniti nemici hanno via via perfidiato....

—Lo so.

—Allora, perchè non reintegrarlo nelle sue dignità?

—Perchè.... perchè.... Voi siete, signor conte, l’uomo dei perchè. Ma vi ho dato libertà di parlare; e così parlaste sempre, per ogni cosa, con libertà pari a questa che usate, a favore del vostro Almirante! Il perchè ve lo voglio dire, con la mia usata sincerità. Non l’ho reintegrato, perchè fu un errore conferirgli le dignità che accennate. L’errore non fu commesso da me; fu commesso, sia pure a buon fine, dalla santa donna che mi fu trent’anni compagna di vita e di regno; ed io non l’ho mai approvato. Nato di nessuno, il vostro Almirante; e a voi si può dire, che siete d’una gente le cui origini illustri si perdono nella notte dei tempi; nato di nessuno, e pieno di pretensioni inaudite! L’ingegno, l’ardimento.... sì, ammetto queste virtù, che non sono poi così rare com’egli si crede. Ingegno ed ardimento ne ebbero, a non citare altri esempi, Vasco di Gama, Alonzo d’Ojeda e Pedro Alvarez Cabral, tutti vivi e sani, e non come lui orgogliosi.

—Dell’orgoglio non so;—rispose il Fiesco, a mala pena fu passata la raffica dell’invettiva regale;—quantunque il mio amico d’Ojeda, l’unico ch’io conosca dei tre, non ne difetti davvero. Ma debbo anche notare che i suoi servigi non possono entrare in paragone con quelli di Cristoforo Colombo. E non possono entrarci nemmeno quegli degli altri. Che han fatto finalmente costoro? Vasco di Gama ha costeggiato tutta l’Africa meridionale, dieci anni dopo che Bartolomeo Diaz ne aveva costeggiato un terzo da ponente fino al capo Tormentoso, settecent’anni dopo che gli Arabi ne avean costeggiato un altro terzo da Levante, fino al capo Guardafui, e Dio sa quanto più oltre; cosicchè non si trattava più d’altro che di collegare i due punti, colmando l’intervallo; e questa colmata chiamiamola pure scoperta, perchè infine non mancò l’ardimento al Gama, come al Diaz non era mancato l’ingegno. Che ha fatto Alonzo d’Ojeda? Era uno dei cavalieri venuti con noi nel secondo viaggio alla Spagnuola; si è illustrato con atti di valore; scontento di noi, ha chiesto a Vostra Altezza di poter navigare e scoprire da sè, tornando laggiù sul medesimo solco di Cristoforo Colombo; e sette anni fa, con Amerigo Vespucci, usando le carte delineate da Giovanni di Cosa (un marinaio del nostro primo viaggio, non lo dimentichiamo) toccò la terra ferma del Mondo nuovo, alla costa di Paria, che Cristoforo Colombo aveva scoperta un anno prima, niente di meno! Che diremo noi del Cabral? Il valentuomo ha scoperto sei anni or sono il Brasile, per caso, girando troppo largo dalle isole di Capo Verde, e sviato ancora dalla tempesta, con quell’armata che doveva condurre alle Indie orientali. Gente ardita, a cui fo di berretta; ma ebbero essi l’ingegno divinatore, per muovere verso l’ignoto e per sfidarne con altrettanta fede i pericoli?

—Sia;—disse il re, che era stato a sentire pazientemente la lezione del conte;—il vostro Almirante ha l’ingegno divinatore. Non gli basta? È la sua gloria; dev’essere la sua contentezza. Dio manda ad ogni tanto uomini di questa fatta nel mondo, per adempiere un’alta missione. Non gli basta neppur questo, che è pure il suo premio? Perchè, servito dalla fortuna oltre ogni speranza sua, vuol egli ancora una rendita che andrebbe, a conti fatti fin qui, a cento milioni di scudi castigliani? Perchè vuol essere almirante maggiore, ritenendo un titolo che qui fu portato soltanto da don Federigo Henriquez, mio nonno materno? Perchè vuol essere vicerè delle Indie, titolo che richiede gran nobiltà secolare, mentre non l’hanno ottenuto tante famiglie che nel corso di dieci generazioni versarono il sangue in cento battaglie? Notate, signor conte,—soggiunse il re, mettendo il sordino ad una musica che gli diventava un po’ troppo chiassosa,—notate che questi gran signori di Castiglia e Leone io li amerei più modesti. Sono le braccia che combattono, i cavalieri d’un reame; i re sono la mente che guida. Ed è merito di tanti re avere indirizzato ad util meta il lavoro, non dubitando di reprimere la nativa baldanza del Cid Campeador, e, se occorresse, quella d’un Consalvo di Cordova. Questi è, per sua virtù come per nostra fortuna, un suddito leale; ed io dico così per istabilir chiaramente i diritti e gli uffici provvidenziali dei re. Ma il vostro Almirante, sia pur leale come voi dite, e com’io non vi nego, non parrà egualmente sicuro, nè degno delle alte cariche, a tutta la nobiltà Castigliana. Il re ha cura di molti e cozzanti interessi, che vuol tutti condurre in porto. Ci pensi, a queste cose, il vostro Almirante, e mi giudichi. Che più? Dubitando di noi medesimi, non abbiamo forse istituita una Giunta composta dei più venerandi ecclesiastici, dei più reputati gentiluomini, la quale veda e giustifichi fin dove giunga la nostra malleveria, e quella della defunta regina, per rispetto alle ragioni di tutti? È all’opera il fiore del reame; sappia egli aspettarne i responsi.

—È vecchio, mio signore, più vecchio che non porti l’età. I pericoli incontrati, i travagli sofferti lo hanno ridotto così male! Ed anche la grave malattia del secondo viaggio, che per sei mesi lo tenne in pericolo di vita....

—E fu il gran guaio;—interruppe Ferdinando;—perchè nella colonia incominciò lo sgoverno, colla perdita di tanti nobili cavalieri. Il vostro Almirante è uomo da scoprir terre, avendone l’ingegno divinatore, come voi dite; non è uomo da governarle, non avendo l’ingegno amministrativo, come dico io, imitandovi. Ed ha offesi mortalmente i nostri Castigliani, obbligandoli perfino a lavorare la terra. Ancor essa, la santa Isabella, non seppe in tutto perdonargli. Disperato di trovar oro nelle viscere dei monti, non ha egli pensato a vendere come schiavi i poveri Indiani? Era da uomo religioso, cotesto?

Qui, per quanto buon cavaliere egli fosse, il capitano Fiesco perdette le staffe senz’altro.