—No, non era;—rispose;—ed io che c’ero, laggiù, debbo ringraziare Vostra Altezza della pietà dimostrata per quei poveri Indiani. Ma è più conforme al sentimento religioso ciò che ha fatto il gran commendatore d’Alcántara, don Nicola Ovando, distruggendo colà, sterminandovi col ferro e col fuoco un milione di sudditi? In mano di buoni cristiani, nell’Andalusia, nella nuova Castiglia e nella vecchia, i naturali della Spagnuola erano da tenersi come figli; servi, ma da potersi riscattare, iniziandoli al misteri della nostra santa religione. Quelli che don Nicola Ovando ha fatti sgozzare, o bruciare, non si riscattano più; non si ritornano più in vita, per dar loro la consolazione estrema del santo battesimo.—

L’uscio si aperse una seconda volta. Il capitano Fiesco voleva prender commiato; ma il re lo trattenne.

—È ancora il conte di Noguera;—diss’egli.—Servizio del re; e si manda avanti, senza che il colloquio ne soffra.—

Così prendeva un altro messaggio dalle mani del gentiluomo di camera, a cui dava commiato, dopo aver letto e aggrottato ancora le ciglia. Non dovevano esser piacevoli, quel giorno, le lettere del re Ferdinando.

—Dicevate....—ripigliò il re, deponendo il foglio, e tornando alla sua calma, senza smettere del tutto il cipiglio,—dicevate del governatore di San Domingo, non è vero? Ebbene, sappiate quel che io ne penso. Don Nicola Ovando è un fervente cristiano. Gliene fa obbligo la religione di Alcántara, ond’egli è un insigne ornamento. Se ha usato severità contro gl’Indiani, bisogna dire ch’ella fosse necessaria, per la salvezza della colonia. E ancora non n’è venuto intieramente a capo, se son veri i ragguagli che mi giungono di laggiù, perchè molte fila di una vasta congiura gli sono sfuggite pur troppo. Qua dentro, vedete?—soggiunse Ferdinando, battendo della palma sopra un fascio di carte che aveva vicine sull’orlo della tavola;—c’è un cumulo di sospetti, che potrebbero diventar prove, e prove terribili contro chi ha tentato ingannare la bontà di un governatore pietoso.—

Il capitano Fiesco fremette, e si sentì correre un sudor freddo alle tempia. Ma non voleva aver paura; lo aveva giurato a sè stesso. Perciò fece buon viso ad un discorso ambiguo, che poteva esser minaccia e non essere.

—L’autorità sua non è rispettata abbastanza;—proseguiva il re.—Vuol essere stabilita ad ogni costo, per la sicurezza della colonia, come per l’onore della Corona. E frattanto il vostro Almirante pretende da noi che don Nicola Ovando sia richiamato!

—Non lo aveva chiesto anche la santa regina, innanzi di andare alla gloria?

—Sì;—rispose Ferdinando, non senza torcer la bocca.—Ed anche di ciò si occuperà la Giunta degli Scarichi. Se la cosa è giusta, si farà. Ma anche in questo caso ella vorrà dar prova di considerare anzi tutto l’onore della Corona e l’utilità della disgraziata colonia.

—Mio signore,—rispose il capitano Fiesco con aria contrita,—io non ho da metter bocca su ciò che riguarda così alti interessi. E non avrei parlato, correndo il risico di dispiacere a Vostra Altezza, se non ne avessi avuto licenza, e quasi un comando.