—Nè io mi dolgo di voi;—disse il re.—Amo parlar chiaro, che si veda bene l’animo mio. Volete venire al nostro servizio?

—A quel patto, mio signore: sia resa giustizia al signor Almirante.—

Ferdinando non istette alle mosse, e violento rispose:

—Giustizia!... giustizia!... Liberamente ne parlate voi, signor conte di Lavagna. E se io vi dicessi che ne ho sete? Se vi dicessi: aiutatemi a farla? Ci sono dei fuggiti di là, degli scomparsi, che avrebbero meritata la forca; e voi che siete stato là, non potreste dar luce? voi che avete corsa tutta l’isola, e che la conoscete a palmo a palmo? Eppure,—disse il re, chetando ad un tratto la furia,—non questo io domando a voi; non in questo voglio usare il vostro ingegno, la vostra accortezza, il vostro coraggio. Mi sarebbe caro convincervi della purità delle mie intenzioni, come della bontà del mio cuore. Voi prima di tutti, guardate; prima degli stessi Castigliani, che non mi sanno render giustizia. Non tutto io posso fare, pur troppo; ma dove posso, non mi trattengo dal fare. E veglio, veglio, perchè qui si lavora maledettamente a guastare ciò che vi è stato fatto, e fatto da me; voglio dire questa bella unione di Castiglia e d’Aragona, ond’era già balzata fuori la Spagna, armata, gloriosa e vincente. A questo, che non è più un sogno, Castiglia cieca si ribella; vuole un re tutto suo, un re che non conosce, una regina che, poveretta, non ha intiera la sua ragione; e ricusa colui che l’ha resa grande, facendo ancora qualche sacrifizio per lei. Non era d’Aragona il reame di Napoli? E non siamo stati noi che l’abbiamo dato alla Spagna? Eccovi una generosità assai male ricompensata. Congiure su congiure; si resiste, si minaccia, si aspetta chi rimandi noi in Aragona, contro la fede di recenti trattati. Ci andremo, se la forza e la follìa prevarranno sulla ragione e sul buon diritto; ci andremo, ed allora.... Dio abbia pietà della Spagna.—

Il capitano Fiesco era stato a sentire a capo chino, qua e là tremando un pochino in cuor suo, ad onta del fermo proposito, ma poi vedendo girare da un altro lato la bufera.

—Mio signore,—diss’egli finalmente,—io straniero non ho da veder nulla in queste faccende....

—Eh, non so, veramente;—interruppe Ferdinando.—Voi vedete in troppe cose; effetto del viaggiar molto che fate. Vi ho detto l’animo mio, signor viaggiatore. La sincerità è virtù mia, della quale mi vanto. Pensate bene a quanto vi ho detto; poi, quando avrete pensato, verrete a dirmi il frutto delle vostre meditazioni.—

Il capitano Fiesco s’inchinò profondamente, ben risoluto di non meditar nulla di nulla.

—Prendo congedo da Vostra Altezza con la morte nell’anima;—diss’egli, anticipando nella frase malinconica la notizia della sua risoluzione.

—Starà in voi di mostrarvi degno della nostra grazia, e di tornare da morte a vita;—rispose ironico il re d’Aragona.—Amico vi voglio, e non collegato ai miei nemici.